Educare in una società multietnica

   Il viaggio di ritorno

Il paesaggio che scorre veloce oltre i finestrini accompagna i miei pensieri lungo il viaggio di ritorno. Vengo da un convegno nazionale della Fism sulle tematiche dell’educazione multiculturale. Ci siamo ritrovati educatori provenienti da tutta l’Italia per riflettere e pregare insieme.

       (i)   Sui fiumi di Babilonia.

Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: “Cantateci i canti di Sion”. (Salmo 136)

In una prospettiva di fede, tutti gli uomini sono figli di Dio, fra loro si riconoscono come fratelli e concittadini della Gerusalemme celeste, ma viviamo nella città degli uomini laddove siamo esuli ed oppressi. Dio non voglia che qualcuno di noi viva questa realtà come oppressore, relegando i nostri fratelli, considerati come stranieri, lungo i fiumi di Babilonia. La vendetta sarà atroce, il vendicatore prenderà i nostri piccoli e li sbatterà contro la pietra.

Chi è il vendicatore? Dio? No! Egli ha detto:” lasciate che i bambini vengano a me”.

Dio guarda ai bambini con una prospettiva di tenerezza e di cura. Il vendicatore è l’uomo stesso che, accecato dalla bramosia di potere, perduto dietro la ricerca del piacere si fa Erode e insidia alla vita del bambino.

 

      (ii)   Nella città di Erode non c’è spazio per i bambini.

Il treno entra improvvisamente in una galleria e mi pervade un senso di angoscia.

Dove sono i bambini che un tempo scorazzavano liberi e felici per le strade del mio paese? E se ci fossimo adattati ad abitare il tempo-spazio di Erode? La mente va al presepe che i ragazzi della cattedrale annualmente realizzano ad Acerenza. Su una vetta impervia si erge sinistro il castello di Erode. Dalle finestre illuminate si intravedono scenari di festini e di sregolatezza. Nel castello di Erode non c’è spazio per i bambini. Non ci sono risorse per le scuole e per l’educazione.

Finalmente usciamo dalla galleria.

Mi è capitato, ad Acerenza, di vedere per le nostre strade giocare dei bambini, ma sono stranieri. Come son belli i bambini qualunque lingua parlino, qualunque sia il colore della loro pelle. Poi con sorpresa scopro che parlano fra loro in italiano. E’ un miracolo della nostra scuola.

     (iii)   Al Convegno si è parlato di inclusione, integrazione, comunità

Di fatto nei nostri paesi si è conservato il valore dell’accoglienza e della sacralità dell’ospite. Si è conservato anche il culto della famiglia come spazio sociale dove riconoscersi ed accreditarsi. Nella famiglia dei nostri avi il giovane che aveva raggiunto il giusto livello di maturità veniva iniziato ad una esperienza sociale più ampia, perché con gioia portasse se stesso come dono ad altre famiglie, la comunità ( cum munus ) infatti è il luogo dello scambio di doni.

Poi l’educazione , l’attività funzionale ad accompagnare i giovani verso l’ iniziazione alla vita adulta, è stata istituzionalizzata ed oggi si esplica prevalentemente fuori dalla dimensione familiare, in uno spazio-tempo attrezzato e definito come scuola, dove i bambini entrano per essere avviati ad un percorso di acculturazione formale nella prospettiva di diventare uomini e cittadini.

Attraversando l’Italia a bordo di un treno, lasci alle spalle territori che hanno dato vita nel tempo a culture, lingue, stili di vita diversi talché il processo di acculturazione che le scuole promuovono sul territorio non può considerarsi omogeneo. Se poi intervengono significativi movimenti migratori per cui entrano nelle nostre comunità persone provenienti da altre nazioni, o addirittura da altri continenti lo schema di riferimento rischia di saltare. Scattano allora, magari alimentati dai media, meccanismi di difesa e si assiste al rigetto, al rifiuto.

 

Bambini, fanciulli, alunni o più semplicemente figli?

Appare allora evidente la necessità di educare alla dimensione dialogica che trascende ogni singola lingua, salvaguardare ed accogliere la famiglia offrendole opportunità e spazio perché si esprima e si accrediti come nicchia ecologica del bambino. La scuola allora si struttura non come luogo di addestramento dei cuccioli d’uomo ma come spazio cogestito dalle famiglie dove i bambini vengono accolti come figli allattati al seno in un contesto sociale che si struttura appunto come famiglia per ciascuno e per tutti.

E’ questo il nostro progetto di scuola, uno spazio-tempo dove gli adulti, superando ogni pregiudizio ed ogni barriera culturale, religiosa o etnica, collaborano riconoscendosi reciprocamente come genitori dove ogni bambino possa essere accolto ed allattato al seno come figlio. Abbiamo potuto registrare esperienze dove bambini e genitori cattolici e musulmani si sono insieme trovati a realizzare a scuola un presepe vivente per rappresentare il Natale colto come metafora dell’accoglienza del Bambino.

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