SALOME’ SULLE CRESTE DEI ROVI – Introduzione alla poesia di Aniello Ertico

INVITO ALLA LETTURA – L’UOMO NEL VENTO

La terra dove il geco scompare ha il volto della megera e il mestruo di una fanciulla, offre al vento le canne e brandisce lame innocenti. E’ fresca di calce, odorosa di stupri, diabolica e vergine danza sulle creste dei rovi, succhia il latte, coltiva tumori, alleva serpenti, inginocchia i pensieri, fracassa le tombe.

            Nasconde la chiave.

Aniello Ertico torna così sulla scena delle lettere: ancora piu’ discolo, incurabilmente sregolato e bizzarro fino alla scompostezza. E si riaffida al pianto nascosto della poesia con un’opera estrosa, spinta al limite del fastidio e della dissipazione. Giocoliere ubriaco e affidabile, spudorato e fraudolento al punto di fingersi, alternativamente, vacuo ed eccessivo, metafisico e gelatinoso, deciso e lesto di sgorbia ripercorre l’esistenza fantasmatica di Damien, scampato ai capricci di Eolo e diventato distrattamente adulto tra le luci di Melbourne, per ricomporre per noi e per tutti i frattali della memoria dentro i fondali di un tempo altro. Quello spiritato e temibile della fascinazione, quando le malombre balzano dagli stagni e gli angeli cadono sulla terra, desiderosi di cantare le nostre sconfitte.

Ne sortisce,  così, traslitterata nell’alfabeto cubista e dodecafonico di un cantore senza macchie e paure, un’ originalissima Via Crucis in ventitré stazioni: assolate e magnetiche, cruente e primitive, ascetiche e stralunate, peccaminose, a tratti, come una rumba lenta per disfrenare – chissà – una carnalità avvilita. Sono vicoli e radure, castagni moribondi e visionari, tratturi arroventati dallo scirocco e resi deliranti dal limìo delle cicale, postriboli sgargianti  e lune troppo piccole per essere di tutti. E’ una babilonica collezione di feticci, reliquie e rimorsi, nostalgie e ravvedimenti in cui l’autore si offre docile, ma provveduto per antica dimestichezza, al rischio degli incantamenti. E sarà a quel punto, nei lampi al magnesio della fascinazione, volatile eppure clamorosamente estesa, che Damien, tornato alle millenarie solitudini del natio borgo selvaggio per ingoiare le spine dell’infanzia, disseppellire angeli mocciosi e spadaccini, riabbracciare e smarrire, novello Orfeo disceso agli inferi del risentimento, la sua Euridice scalza e selvatica, troverà la chiave per risalire, bracciata dopo bracciata, la corrente verso una salvezza tanto esigua quanto assoluta e indeclinabile.

Inutilmente braccata tra le macerie scintillanti di Melbourne – città di vento e di mare, di insegne sbilenche e automobilisti insonni – o nelle pozzanghere nere di bitume di una metropoli improvvisamente estranea alle sue visceri plebee, la rivelazione straluce e s’immilla, deflagra e si ritrae misericordiosa al di qua del mondo: tra gli aceri di un vecchio convento, nel buio che disperde i dettagli e contrae la ragione, tra le inezie crepuscolari di una vecchia credenza, nella decadente promessa di morte di un’agave fiorita o nelle vertigini ermetiche di una malinconica castità.

Ecco, l’apocalisse! Tutto è compiuto e la beffa può attendere prima che torni ancora a turbinare sulle nostre smemoratezze. E anche la pagina sconsolata e deserta è finalmente pronta a raccogliere la lenta nevicata dei coriandoli sperduti per dare un senso al vento che plasma i destini e piega le canne.

Aniello Ertico, avvolto nel candore astratto di un angelo narratore, si inventa a questo punto, con subdola nonchalance, il distico che conclude l’opera e ne chiarisce gli estri: del siero in vita sappiti stupire/che delle more son pieni apposta i rovi.

Un verso apparentemente innocuo e trascurabile, quasi oleografico, ma destinato – vedrete –  a perdurare nella mente dei lettori con la cattiveria di un morso viperino. E’ un verso – voglio dirlo con estrema chiarezza – venuto a noi dal paese dei balocchi per strapiombare con canagliesca esattezza nell’istante più improvvido, nei pressi di una traballante corriera bergmaniana già pronta a riprendere il viaggio palindromico della nostra esistenza.

Forse, Damien deglutì e ritrasse gli occhi, timoroso di vedere il mare e ancora quell’insegna. E Vicky, la statua senza volto e la sua gatta rossa. Giacché, come nelle pergamene fatate di Melquiades, tutto è stato già scritto dal tempo dei tempi e non esistono salvezze ulteriori sulla terra dove il geco scompare.

Mario Ciola

            Macondo, un giorno qualunque

 

One thought on “SALOME’ SULLE CRESTE DEI ROVI – Introduzione alla poesia di Aniello Ertico

  1. Pingback: blog.acerenza.info » Blog Archive » ANIELLO ERTICO: L’UOMO NEL VENTO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *