La donna di rugiada di Gianrocco Guerriero

Gianrocco Guerriero nasce a Genzano di Lucania (Potenza) nel 1965. È un giornalista freelance. Si occupa di divulgazione scientifica. Autore di varie opere di narrativa e poesia ci presenta “La donna di rugiada”, romanzo pubblicato nel 2012 da Telemaco Edizioni. Di recente ha pubblicato i romanzi “La strada che spezza il deserto”, Place Book Publishing, 2919 e “La Musa diAlessandria”, Hermaion, 2021.

Angela Menchise intervista l’autore

Chi è la donna di rugiada? È una donna fragile, protetta dalla crisalide per affrontare l’esistenza?

La donna di rugiada è Lyda Borelli, una delle più importanti attrici del cinema muto del secondo decennio del ‘900. Una carriera durata appena 5 anni, ma talmente densa da renderla famosa anche in America. Oggi definiamo “dive” le star dello spettacolo.  L’origine del termine risale proprio alla Borelli, la quale veniva denominata “la Divina”, da cui l’ellissi “Diva”. Anticamente il termine “diva” veniva usato solo per riferirsi alla Madonna o per le muse. Ritornando a Lyda: era una donna fragile che è riuscita a utilizzare la sua fragilità nell’arte, avendo quale caratteristica principale l’espressività, che nel cinema muto era tutto, non essendo possibile veicolare l’informazione con le parole. Lyda con la sua gestualità riusciva a trasmettere emozioni in maniera intensa. La crisalide che tu hai colto era l’interpretazione artistica nella quale si immedesimava per nascondere se stessa. Ogni volta che recitava avveniva la trasmutazione da bruco in farfalla.

Il bagno di rugiada della Diva Lyda Borelli può essere inteso come il ciclico rinnovarsi della natura?

Lyda Borrelli

Lyda, nella passeggiata, quando indossava la vestaglia bianca nel campo di grano bagnato di rugiada, cercava di trovare una comunione tra la sua anima e l’universo. E forse solo nel silenzio della terra lucana, vuota fino a tutto l’orizzonte, è riuscita a trovare pienamente se stessa, la propria vera identità. L’arrivo a Monteserico, oltretutto, coincide con la fine della sua carriera. Il marito, Vittorio Cini, le impedì di proseguirla. Lyda Borelli divenne esclusivamente donna e madre. A quei tempi un’attrice era considerata alla pari di una prostituta. Il marito acquistò le pellicole e le distrusse. Quel che ci resta delle sue interpretazioni ci è pervenuto dall’America. Il fenomeno del divismo nacque in America grazie a Lyda.

“Il presente sembrava un universo infinito…in quel posto in cui l’assenza di qualsiasi confine con l’orizzonte si avvertiva fino allo sciogliersi di ogni filtro tra le sue sensazioni e la materia che le investiva”. Nel testo vi è un rimando verso l’atemporalità della storia e delle sensazioni. Emerge quasi una spinta decadente verso l’inettitudine in contrasto con il risveglio della natura.

Lyda Borelli era nata e cresciuta nel dinamismo dell’Italia settentrionale, che stava attraversando una fase d’industrializzazione. Anche sua vita privata era  frenetica. Tutti la cercavano, la imitavano.  Lyda sentiva su di sé la responsabilità di chi diventa un modello. Aveva dato vita ad un fenomeno: Il borellismo. Non aveva ancora conosciuto quel silenzio e quella quiete che fanno addensare il presente e permettono di percepirlo. Qui lo aveva trovato, insieme all’equilibrio fra la natura e la sua coscienza.

La scelta di adottare il linguaggio falso antico e sinestetico di memoria dannunziana è in correlazione con l’atemporalità della storia?

Castello di Monteserico

Sì, ma è stata una scelta istintiva. Ambientato nel Castello di Monteserico, il romanzo è incentrato attorno a due figure principali: la Borelli, appunto, e Guglielmo da Vercelli, fondatore dell’ordine monastico dei verginiani. Il dispiegarsi delle loro storie, ricche di sensualità, si perde tra i paesaggi incontaminati della Lucania e un alone di mistero avvolge il soggiorno della “divina” nella dimora federiciana. Un lento processo di metamorfosi coinvolge tutti i personaggi di una storia che assume i caratteri dell’onirico e dell’indefinito, la cui tensione crescente culmina, senza dissolversi, nell’epilogo. È, questa, una labirintica avventura di senso attraverso i meandri del linguaggio, vero protagonista occulto del breve romanzo, attraverso la quale il lettore viene scaraventato da una forza centrifuga in stati di coscienza e autoconsapevolezza sempre diversi ad ogni successivo incontro con il testo.

Il processo d’identificazione del sacro con il profano: Lyda con Maria e Vittorio, il marito, con Guglielmo da Vercelli, è specchio della possibilità dell’elevazione dell’umanità nonostante l’inevitabile imperfezione di ogni singolo individuo?

La ragione per cui ho istituito questo parallelismo tra Lyda e Maria da un lato e tra Vittorio e Guglielmo dall’altro è dovuta a una constatazione: quella che per cui si tende a proiettare i propri sogni, quando non sia possibile realizzarli, in un simbolo o in un idolo, attraverso una sorta di processo di transfert, ovvero di identificazione. I monaci virginiani furono molto operosi nel salvare le icone dalla furia distruttrice dell’iconoclastia e a nasconderle nelle grotte. Essi sistemavano all’ingresso dei nascondigli un’icona di Maria affinché li proteggesse, mentre loro stessi proteggevano le immagini di Lei. Si instaurava una sorta di reciprocità, insomma. Lo stesso rapporto di feedback emerge tra Lyda e le emulatrici. Se è vero che la Diva cinematografica, innalzata al ruolo di una Madonna, riusciva a trascinarsi dietro l’emozione di altre donne costrette alla banalità del quotidiano, è pur vero che senza qualcuno  che deifichi non potrebbe esserci divinità.

“Stava imparando a guardarsi tra gli spazi infiniti dei fotogrammi”. Emerge un altro tema decadente: La dissociazione tra l’io e la coscienza interna.

Il fotogramma è il mezzo più efficace per evocare l’idea di atemporalità della coscienza. A Monteserico, la Borelli riuscì a percepire il suo tempo interiore, quel presente che ho già definito “esteso” e che riesce a fermare anche lo spazio, il quale, altrimenti, sarebbe uno spazio di pertinenza del passato o del futuro, senza sostanza.

“Le principesse delle fiabe che le avevano raccontato da bambina erano inevitabilmente un po’ tristi e quando infine incontravano il principe azzurro il resto della loro esistenza veniva liquidato in un indecifrabile vissero felici e contenti”. Avventurarsi in quell’Ade proibito significa cogliere l’inconsistenza della felicità e la prosaicità dell’esistenza che porta alla disillusione e alla vacuità del tutto?

Sì. La felicità non la si può mai conquistare una volta per tutte. La felicità è una relazione tra il prima e il dopo e a che fare con il desiderio e con l’appagamento, dopo di che svanisce. Lyda Borelli si ritrovò a passare, nel giro di qualche mese, da donna ammirata e famosa ad anonima madre di famiglia. Ciò influì molto sul suo stato psicolgico e la rivestì di patina di tristezza che le rimase addosso per il resto della sua vita.

Nel romanzo figura un sogno premonitore: un nibbio grandissimo che precipita dal cielo nel luogo del silenzio, il castello di Monteserico, preannunciando la morte del figlio. Questo sogno è di matrice biografica o è un espediente poetico dell’autore?

Il falco bruno come cupo presagio

Ho utilizzato questo stratagemma perché Lyda era convinta che il figlio dovesse morire in volo. Questo timore costante l’ho sintetizzato nel sogno premonitore. Il giorno prima che morisse, Giorgio non le aveva detto che sarebbe andato a Nizza con il suo piccolo aereo. Consapevole dei timori di sua madre, non la avvertiva mai.

Una donna fatta di bellezza e movimento è in contrasto con la staticità e la ripetizione dell’esistenza?

Si tratta di un contrasto positivo come quello che esiste fra i colori complementari. Senza l’uno non sarebbe visibile l’altro. Ed è per tale ragione che Monteserico diventa per Lyda luogo d’introspezione.

Carmela, quasi co-protagonista, rappresenta il candore, l’ingenuità, la forza e l’intelligenza delle donne lucane dell’epoca. Come mai hai deciso di inserire questa figura nel romanzo? Lyda e Carmela rappresentano l’alter ego l’una dell’altra?

Ho deciso d’inserire Carmela nel romanzo per mettere in contrasto due visioni di donna antitetiche, ma coesistenti nell’Italia degli anni 20. La donna emancipata del nord e quella invisibile e lavoratrice del sud. Carmela quasi s’innamora di Lyda perché vede in lei la femminilità che le è stata repressa. Lyda, dal suo canto, ritrova in Carmela l’autenticità rimasta nascosta sotto i ruoli che aveva interpretato.

Il Castello di Monteserico, ubicato nel sito di Genzano di Lucania, poco noto nel panorama nazionale, seppur domus di Federico II e luogo di soggiorno della Diva Borelli, ha acquisito una certa aura dopo la pubblicazione del tuo romanzo?

Sì. Dopo la pubblicazione del romanzo presentato a Venezia nel 2013, la Fondazione Cini ha deciso d’inserire il castello di Monteserico nella mappa dei castelli restaurati da Vittorio Cini. In questo progetto ha un ruolo importante il dott. Giovanni Pizzuti. È stato lui a raccontarmi la storia di Lyda Borelli e a presentarmi un suo nipote diretto, il “principe” Giovanni Alliata di Montereale, il quale, contento di aver scoperto uno spicchio di vita di sua nonna che gli era rimasto ignoto, ha valorizzato il mio lavoro rendendolo noto a livello nazionale.

Angela Menchise

4 thoughts on “La donna di rugiada di Gianrocco Guerriero

  1. Caro Gianrocco, nell’epoca del marketing, come editore, mi verrebbe da chiederti quanti libri hai venduto, quanto hai ricavato. Non ti ho mai fatto queste domande semplicemente perchè so bene quanto tu sia diverso nella tua autenticità e nella tua piena maturità dell’essere uomo.
    Nel primo stasimo dell’Antigone di Sofocle, il coro canta: “Molte sono le cose tremende, terribili e mirabili (deinà) ma nessuna è più tremenda, terribile e meravigliosa dell’uomo”.
    La tua foto che apre l’intervista a me sembra un’immagine che traduce in maniera efficace questa frase di Galimberti di cui mi sono appropriato non per il gusto della citazione erudita ma per il piacere di pronunciare locuzioni pregnanti che traboccano senso. E dio solo sa quanto la nostra cultura decadente ha bisogno di senso.
    La donna di rugiada con la collaborazione del dottor Pizzuti, del principe Alliata da Venezia ha contribuito a dare un’aura di sacralità come diceva Angela Menchise al Castello di Monteserico, al nostro territorio e alla nostra cultura. Grazie Gianrocco dell’amicizia di cui mi onori, ti ringrazio anche per avermi coinvolto talchè io possa dire con orgoglio: c’ero anche io.

    • Caro Donato, la mia stima per te tracima e leggo sempre i tuoi pensieri con l’attenzione che essi meritano. In riferimento all’uomo, trovo che l’accostamento degli aggettivi “terribile” e “meraviglioso”, sia quanto di più azzeccato si possa immaginare, anche perché credo che l’ossimoro, irrompendo nella logica, fa pulizia di quelle tautologie buone solo a tenere tranquilla la ragione.
      In quanto alla domanda che mi poni, posso risponderti (con orgoglio) che pur non avendo mai pubblicato “a pagamento”, tranne le prime poesie, verso le quali non ho più alcun interesse, non solo non ci ho mai guadagnato nulla, ma ci ho perso (con piacere) per acquistare copie da regalare agli amici. Se un giorno dovessi riuscire a vivere della mia scrittura, mi servirebbe solo per avere tempo per studiare e poter scrivere di più e meglio.

      • La domanda che ti ho posto non può che essere retorica, infatti in quanto editore de La donna di rugiada non posso non avere la risposta alla domanda che ti pongo. Sotto il profilo editoriale il libro ha avuto un buon successo, ne abbiamo prodotto tre edizioni e sempre ha ripagato le spese. E’ poca cosa ? no non è poca cosa, questo libro ha dialogato con il territorio, ha avuto un ruolo inportante mettendo le nostre comunità in dialogo con altre comunità, con altri linguaggi, e soprattutto io penso che non ha esaurito la sua funzione. Credo sia necessario riprenderlo in mano, e riproporlo, incanalarlo magari con l’aiuto del principe Alliata da Venezia su altri percorsi editoriali che hanno a disposizione canali di distribuzione più funzionali e che possano offrire maggiori opportunità di marketindg, il libro merita.
        Che ne pensi?
        I miei compaesani dicevano di Donato Balsamo poeta dialettale dei primi dell’ottocento:

        “Mo so tant’anni ca fai u pueta
        m’ahia sapé a di che t’aie truvate
        se supa la casa tuia nevica prite
        no la truve rotta na pignata”.

        In effetti il poeta per sua natura non porta la calcolatrice in tasca, e tuttavia ve la immaginate una civiltà senza poeti.
        Personalmente penso che che il nostro tempo ha disperato bisogno di poesia.

        • Concordo con tutto ciò che hai detto, Donato. Questo romanzo, che è scritto in prosa evocativa e non informativa, ha sicuramente molto di poetico, e difatti la mia intenzione era quella di cogliere, discorrendo superficialmente di una vicenda particolare, significati universali. Potremo sicuramente riproporlo, magari arricchendolo di alcuni nuovi capitoli o incastonandolo in una raccolta più ampia di scritti evocativi, quindi simil-poetici, fermo restando il titolo. Giusto perché ripetere tale e quale è sempre arido e noioso.

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