Archivio per la ‘Scilla’ Categoria

Patrioti e vicende brigantesche – Genzano di Basilicata nel Risorgimento.

venerdì, febbraio 3rd, 2012

E’ stato presentato, nei giorni scorsi, presso il Liceo Scientifico di Genzano di Lucania, l’ultima fatica letteraria del Prof. Guglielmucci Vincenzo dal titolo “Patrioti e vicende brigantesche – Genzano di Basilicata nel Risorgimento” edito da Telemaco Edizioni.
Moderatore della manifestazione è stato il Preside Michele Marotta che ha aperto con un video di Bennato dedicato a Ninco Nanco.
Non facciamo nostro, ha detto il Preside, il punto di vista di Bennato, pensiamo che l’unità d’Italia sia un valore da custodire ed un obiettivo ancora da perseguire. Il sud ha dato patrioti e briganti è necessario un continuo e rigoroso approfondimento della nostra storia locale per comprenderne le dinamiche e le aspirazioni. In questa cornice si colloca la manifestazione di questa sera con la presentazione di un nuovo lavoro del prof. Guglielmucci.

L’Assessore alla cultura Antonella Di Stasi porta il saluto dell’Amministrazione Comunale e plaude all’impegno con cui il Liceo scientifico e la Scuola tutta di Genzano concorre a sviluppare nei giovani una consapevolezza civile a partire dagli ineludibili valori di cui il Risorgimento italiano è portatore.

Il prof. Andrea Guerriero ha posto in evidenza il difficile rapporto tra le giovani generazioni e i valori portanti della democrazia e dello stato. Nella storia d’Italia non c’è mai stata una generazione di giovani studenti che potesse dirsi felice ma abbiamo assistito comunque ad una costante presenza di giovani impegnati nelle diverse epoche storiche a chiedere o impegnarsi direttamente in vista della realizzazione di una società più giusta. E’ accaduto recentemente nel 68 ed accadde anche nei fermenti sociali del periodo risorgimentale per la costruzione dell’unità d’Italia.
Questo libro del collega prof. Guglielmucci è particolarmente prezioso perchè documenta la partecipazione di Genzano a tutte le vicende che portarono all’unità d’Italia, A Genzano si era formata anche una società segreta locale “Società Cristiana” oltre agli iscritti alla Giovane Italia di rilievo Nazionale. Ci furono anche alcuni che si dettero al brigantaggio. Il libro documenta anche la morte sul nostro territorio di tre carabinieri che caddero in una imboscata dei briganti capeggiati da Ninco Nanco. Sono giovani provenienti da altre regioni che hanno pagato con la loro vita qui da noi il loro sogno di vedere l’Italia unita e libera.

Inoltre ha preso la parola l’editore il quale ha detto che la Casa Editrice Telemaco si propone di evitare che i nostri giovani si allontanino dalla propria terra alla ricerca del padre. I nostri giovani come Telemaco avvertono il bisogno di ristabilire la loro dignità di figli della propria terra che come Penelope è insidiata dai Proci (la mala vita organizzata, la politica collusa, la burocrazia oziosa) ed è costretta a tessere la tela del proprio sviluppo di giorno e disfarla la notte. Questa situazione di sudditanza è anche dovuta al fatto che molta storia che oggi consumiamo nelle nostre liturgie formative non è stata scritta da noi . Oggi infatti il mezzogiorno ha ridotto al silenzio i nostri padri nel senso che non sono più loro la fonte delle nostre conoscenze. Sono quindi allevati da una cultura che non li ama abbastanza e per questo sono orfani destinati a girovagare per il mondo alla ricerca di una identità smarrita.

Mons. Giuseppe Vairo Il sequestrato di Dio

venerdì, febbraio 3rd, 2012


Il giornalista Edmondo Soave, autore del libro “Mons. Giuseppe Vairo – Il sequestrato di Dio” rileva come nel periodo in cui il futuro vescovo si formava nei seminari di Cosenza e di Reggio Calabria: “c’era … una questione meridionale anche nella Chiesa.” Il clero, debole sotto il profilo culturale, non autonomo sotto il profilo economico, rimaneva in qualche modo impigliato nella tradizione della chiesa ricettizia asservita al nobilato locale.

Il giovane Vairo è formato alla fede ed all’impegno quotidiano nella famiglia. Il papà Francesco è un intraprendente artigiano che trasforma il suo laboratorio in una sana azienda produttiva. La mamma Adelina, sarta, contribuisce al bilancio della famiglia ma si dedica soprattutto alla formazione dei suoi quattro figli dei quali Peppino e Maria Rosaria scelgono l’opzione religiosa per il proprio progetto di vita.

Sotto il profilo formativo il giovane Vairo valorizza al meglio la tradizione della spiritualità meridionale, alla scuola di San Francesco di Paola. Sceglie la carità, l’umiltà e la povertà come criteri portanti della sua esperienza di vita e come criterio di riforma e di orientamento della chiesa del mezzogiorno per la quale anticipa profeticamente le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II al quale partecipa offrendo apprezzati spunti di riflessione e di proposta.

Reagisce all’impostazione astratta e barocca della teologia legata al rigore formale delle enunciazioni più che alla necessità di offrire coerenti risposte alle domande della vita che emergevano in una società segnata da profonde contraddizioni e dalla ristagnazione economica.

Dotato di una intelligenza molto vivace, di una forte propensione alla curiosità intellettuale, che egli disciplina con rigore metodologico, Vairo affronta un autonomo percorso formativo migrando con la sua ricerca verso gli ambienti culturali più fecondi d’Europa, Francia, Belgio, Germania per attingere alle più avanzate impostazioni della Nouvelle Théologie.

Egli però rimane solidale con la sua gente di cui coglie le criticità senza rassegnazione, elegge la società meridionale come suo spazio di evangelizzazione e di impegno civile perché la cultura dell’iniziativa e dell’attenzione all’uomo alimenti la speranza di un futuro migliore.

Vairo crede che la Chiesa del Sud debba preoccuparsi di orientare il cammino degli uomini verso il cielo, ma anche il cammino storico del popolo di Dio. Perché ciò sia possibile egli ritiene necessario investire nella formazione dei sacerdoti perché siano superate nella chiesa l’individualismo, la litigiosità, la rassegnazione e la dipendenza dalle caste sociali dominanti. Una chiesa umile e povera, solidale al suo interno e libera da condizionamenti esterni saprà porsi come lievito perché si valorizzino al meglio attraverso il dialogo e l’iniziativa soggettiva le grandi potenzialità umane, ambientali e culturali del mezzogiorno d’Italia.

Questo libro mi è piaciuto soprattutto per gli scenari di riflessione e di impegno che apre rispetto alla relazione tra Chiesa e mezzogiorno.

Si dice che si stia aprendo il processo di beatificazione di Mons. Giuseppe Vairo. Personalmente penso che se egli potesse scegliere oggi tra due opzioni: vedere se stesso venerato come santo sugli altari o piuttosto vedere, come frutto del suo insegnamento, sacerdoti e laici solidalmente impegnati sotto il profilo educativo per dare alla società meridionale uomini nuovi per un mezzogiorno più libero, più solidale, più coerente con il Vangelo di Cristo; avendo avuto io il privilegio di conoscerlo, sono certo che Mons. Vairo sceglierebbe la seconda opzione. Penso infatti che sia necessario intensificare gli sforzi perché la prassi formativa nei seminari del mezzogiorno sia più aperta e lungimirante, e che siano più intense e sistematiche le opportunità di formazione teologica ed ecclesiologica per i laici impegnati affinché l’immagine della Chiesa esca dagli angusti spazi delle curie e delle sagrestie per andare missionaria nel mondo.

Qualcuno ha poi notato come nell’ampia bibliografia che si sta sviluppando intorno alla figura di Mons. Vairo la nostra diocesi risulti assente, sì l’ho notato e ne sono dispiaciuto, ma, sia chiaro, quello che mi preoccupa non è il silenzio su Acerenza, ma il silenzio di Acerenza. Le nostre comunità devono molto ai vescovi che nel tempo si sono avvicendati nella cura pastorale, abbiamo tante belle intelligenze sarebbe bello che qualcuno cominciasse a frequentare la biblioteca e l’archivio arcivescovile per scrivere qualche pagina di storia della nostra Chiesa.

Il percorso dell’ascesi nella Cattedrale di Acerenza.

martedì, settembre 27th, 2011

Per una nuova interpretazione del complesso iconografico del portale della Cattedrale di Acerenza

Chiunque si avvicini al portale della Cattedrale di Acerenza rimane stupito di fronte ad un imponente complesso iconografico che nel tempo è stato dai critici diversamente interpretato. Luisa De Rosa nel 1999 lamenta che l’interessante sistema iconografico non è stato sufficientemente studiato a causa della sua difficile interpretazione dovuta fondamentalmente al contesto religioso dell’opera che stride con il contenuto delle immagini rappresentate. Il critico, rimanendo comunque nella scia delle letture precedenti, le interpreta come una rappresentazione del peccato e del vizio che bisogna lasciare alle spalle per predisporsi ad entrare nel luogo sacro. Si tratta di una lettura debole sia sotto il profilo teologico che sotto il profilo morale. Il vizio non è un ombrello che si lascia fuori della porta quando si entra in chiesa per riprenderlo non appena se ne esce, né si può intendere la santità come un abito che si indossa nel luogo sacro per dismetterlo all’uscita. Margherita Pasquale nel 2008 avverte che il portale di Acerenza è stato eretto nel XII secolo utilizzando un codice di comunicazione che i fedeli nel medioevo conoscevano bene. La funzione delle immagini sacre era quella di edificare il popolo con un preciso messaggio pastorale che veniva definito accuratamente dal committente. Il problema è che noi oggi ci sforziamo di decodificarlo utilizzando i nostri attuali codici di comunicazione figurativa. La lettura di questi corpi iconografici risulta ambivalente perché le allegorie, collegate alla dimensione sessuale, oggi vengono lette come espressione dell’amore mondano mentre erano state codificate come espressione dell’amore cristiano con una precisa valenza di elevazione spirituale.

E’ necessario dunque decodificare il linguaggio allegorico recuperando i codici utilizzati all’epoca; la grammatica e la sintassi di tale linguaggio è il cosiddetto bestiario medievale .
La composizione presenta in prima evidenza al visitatore due gruppi scultorei poggiati su due mensole. Quello di destra è ancora leggibile, quello di sinistra è deteriorato dall’erosione del tempo e risulta ormai di difficile lettura.
Il gruppo di destra è formato da un leone che abbraccia una donna la quale non appare atterrita ma si offre con fiducia alle attenzioni del partner. Nella parte posteriore della scultura la donna mostra le sue intimità che l’artista cura di mettere in chiara evidenza. Questo gruppo scultoreo provocò la stupita reazione del Lenormant che lo definì di incredibile oscenità.

Dal bestiario ricaviamo l’informazione che la leonessa partorisce figli inanimati. La madre li custodisce amorevolmente per due giorni, al terzo giorno interviene il leone per risvegliare i cuccioli e prendersene cura.
Oggi sappiamo che queste informazioni sono destituite di fondamento scientifico, ma all’epoca costituivano l’informazione naturalistica che tutti accettavano come vera. Su questa informazione si organizzano i significati allegorici attinti dai libri sacri. La leonessa rappresenta Eva che partorisce figli morti alla vita spirituale per effetto del peccato originale. Il leone è Cristo che con la sua morte espia il peccato e dopo tre giorni risorge restaurando la condizione di grazia per gli uomini che vengono rigenerati alla vita. La donna fra le braccia del leone è la Chiesa che si fonda appunto sulla morte e resurrezione di Cristo. L’evidenziazione del sesso della donna è simbolo della fecondità della Chiesa, nuova Eva, madre di tutti i credenti.
Il tenero abbraccio non evoca un amplesso ma è un chiaro riferimento all’amore vicendevole che lega Cristo alla Chiesa e la Chiesa a Cristo.
Le due colonnine marmoree che si elevano sopra i gruppi scultorei simboleggiano, secondo l’antica cosmogonia, l’albero padre che si eleva a reggere il cielo. Al di sopra delle colonnine abbiamo due angeli che fungono da capitello sui quali si appoggia un timpano cuspidato di cui sono rimasti soltanto i conci di imposta e due angeli.

Gli stipiti sono formati di conci di pietra lavorati sia nella facciata interna che nella facciata frontale e presentano una scena di vendemmia che richiama la generosità con cui la terra risponde alle cure dell’uomo gratificandolo di frutti abbondanti. Vi sono poi rigogliosi motivi floreali e decorazioni riconducibili all’intreccio di vimini. Nell’insieme testimoniano la bellezza e la ricchezza della natura e dei manufatti dell’uomo, il quale, creato ad immagine di Dio, con l’opera delle sue mani, rende feconda la Resurrezione. L’ottimismo che promana da queste immagini ha un chiaro fondamento teologico in quanto la redenzione riscatta dal peccato, dalla sofferenza e dalla morte non solo l’uomo ma tutto il creato e rimanda, in una prospettiva escatologica alla terra promessa. In cima al portale nel punto più alto dell’archivolto due uomini piegano i racemi in modo da formare le lettere Alfa e Omega, la sigla di Cristo principio e fine di tutte le cose. A destra ed a sinistra un centauro ed un grifo, animale fantastico metà aquila e metà leone. Il centauro, maestro di eroi, rappresenta la sapiente guida della chiesa madre e maestra. Il grifo rappresenta l’intima unione di Maria con Cristo. Maria evocata dall’aquila schiaccia il serpente e, come è detto nel canto di Mosè nel Deuteronomio , educa i suoi figli a spiccare il volo verso il cielo.

Non sappiamo cosa ci fosse alla sommità del timpano cuspidato, ma ciò che è rimasto è sufficiente per configurare non solo un invito all’ascesi ma anche la funzione del cristiano che è chiamato a rendere presente Cristo nella storia. Sull’archivolto infatti all’apice dell’arco sono due uomini nudi, che compongono con l’opera delle loro mani la sigla di Cristo Alfa e Omega. Le vesti identificano l’uomo nella sua professione e nello status sociale. L’uomo rappresentato nudo prescinde da quale ruolo egli svolga nella società o nella chiesa e comprende tutti gli uomini che in quanto tali sono chiamati a plasmare il mondo secondo il volto di Cristo.

“Il creato esulta e tripudia intorno a Cristo che sacralizza la composizione conferendole – spiega Margherita Pasquale – i connotati di una vera e propria liturgia cosmica”.
Questa gioia e questo tripudio rendono bene l’irresistibile forza di attrazione dell’amore di Dio per gli uomini e lo struggente desiderio di cielo che l’uomo avverte nelle pieghe della sua anima. E’ questa la dinamica dell’eros di cui parla Benedetto XVI nell’enciclica “Deus Charitas est”.
Posto all’ingresso del tempio questo messaggio stabilisce non una cesura tra l’interno della Cattedrale e l’esterno come propone Luisa De Rosa, ma una profonda complementarità funzionale tra i due momenti.
Il cristiano entra nella casa di Dio mosso da un amore ascendente , per sperimentare con lo spezzare del pane, la gioia dell’agape e dopo aver vissuto un momento di intensa intimità con Cristo e con i fratelli, esce, ritorna sulle vie del mondo per invitare tutti gli uomini alla festa nuziale dello sposo.

Donato Pepe

“La misteriosa storia degli orologi a sei ore” un saggio di Nicola Severino

lunedì, giugno 6th, 2011

Di Angelo Schiavone

“La misteriosa storia degli orologi a sei ore” di Nicola Severino è un saggio di recente pubblicazione che ripercorre, con l’ausilio di una copiosa documentazione fotografica, la storia “di un orologio che ha segnato il tempo agli italiani per due secoli”.
Nicola Severino da oltre 20 anni si dedica allo studio degli orologi solari ed è autore del volume “Storia della gnomonica” testo di riferimento per gli appassionati del genere.

Ha pubblicato inoltre numerosi articoli comparsi su riviste specializzate di astronomia, come il vecchio Orione, Nuovo Orione, Astronomia UAI, Cortina Astronomica e varie altre riviste e bollettini di associazioni astronomiche italiane.

Esperto di orologi meccanici da campanile, ha voluto dedicare il suo ultimo lavoro a questa strana forma di orologio. Un esemplare illustre svetta sul palazzo del Quirinale.

Nel capitolo “orologi scolpiti su pietra” avrete la gradita sorpresa di trovare riferimenti agli orologi di Acerenza e Cancellara nonchè di osservare la foto dell’orologio di Acerenza concessa all’autore dal nostro blog insieme a parte dell’articolo “L’orologio del castello “ pubblicato nella sezione wiki e riportato a pagina 135 del volume.

Il libro è una fonte inesauribile d’informazioni non solo tecniche: un vero e proprio viaggio nel tempo attraverso il sistema delle ore sviluppatosi nella Grecia Ellenica attorno al IV secolo avanti Cristo.

Molti sono i riferimenti alla storia dell’arte e ai simboli usati per le decorazioni dei quadranti. Tra questi il giglio, che nell’orologio di Acerenza segna i quarti d’ora.

Scoprirete che il giglio comparve per la prima volta nel quadrante dell’orologio a sei ore dell’oratorio di San Filippo Neri A Roma per volere di Francesco Borromini che ne curò la decorazione “utilizzando gli emblemi araldici scelti dal Santo fondatore degli Oratoriani”.

La Metafisica nell’arte contemporanea

mercoledì, maggio 25th, 2011

Ricordo di un amico: Giuseppe Pedota a un anno dalla scomparsa

Amici, siamo qui a un anno dalla sua scomparsa a ricordare Giuseppe Pedota, un caro, indimenticato e indimenticabile amico.
Il suo ricordo è vivissimo, scuserete se la voce dovesse involontariamente un po’ incrinarsi, mi affido alla vostra benevolenza.
Vi parlerò del mio incontro con l’uomo e l’artista e di come, talvolta, dobbiamo a circostanze fortuite o impreviste il concretizzarsi di vicende che altrimenti non si sarebbero realizzate.
Io ho conosciuto Giuseppe per caso, alcuni anni fa.
Anzi, a dire il vero, è stato lui a conoscere me, in un certo senso.
Mi era capitato tra le mani un suo bel catalogo di una mostra del 1998 credo.
Fu un fulmine a ciel sereno, una folgorazione. Ne rimasi affascinato.
Ma come, un lucano, a dir meglio e più precisamente un genzanese di nascita, un artista di statura internazionale, un degno rappresentante della variegata arte moderna e contemporanea, una persona che annovera tra i suoi amici Carlo Levi, Gavioli, Riviello, Crippa, Fontana, Kodra, Buzzati, Vittorini, Roversi, Scotellaro e che entra, per così dire, in contatto ravvicinato con Leonardo Sciascia, Argan, Sartre, Borghes per citare solo i più noti, è da noi uno sconosciuto. Tutto ciò è incomprensibile !
A quell’epoca, senza particolare preparazione e da autentico autodidatta, stavo costruendo un mio spazio
web.
Realizzai immediatamente che l’arte di Pedota poteva e doveva essere annunciata al mondo internettiano e che il mio modesto filo nella grande ragnatela del World Wide Web si prestava ottimamente allo scopo.
Detto fatto e nella sezione “Arte e letteratura” inserisco subito alcune pagine dell’arte pedotiana insieme a varie notizie e saggi critici.
Spesso si naviga a vista e senza bussola e così fu il caso che portò Giuseppe a imbattersi nel mio sito web e in quelle pagine che lo riguardavano.
Grande fu la sorpresa e immenso il piacere quando Giuseppe mi chiamò per comunicarmi il suo apprezzamento per la mia libera iniziativa.
Cominciò così una affettuosa e sincera amicizia che mi ha dato l’opportunità di conoscere un vero Titano dei nostri tempi.
E dico che Pedota è un gigante di stratosferica grandezza non a caso. 2
Avevo conosciuto un pittore, ma Giuseppe non lo era.
O meglio, non lo era in misura prevalente.
Quando mi comunicò l’uscita di Acronico (una piccola grande antologica di poesia) rimasi sorpreso. Per me era una novità e un aspetto sconosciuto e, con tutta probabilità, una dimensione ignota ai più.
Se osservare e poi inevitabilmente ammirare il pittore è un chiaro processo logico, leggere la parola scritta in poesia, equivale a navigare su un vascello il cui approdo non è né certo, né scontato. Qui si viaggia in abissi e profondità oceaniche con la stessa leggiadria che su candide e inviolate vette. Talvolta contemporaneamente.
L’artista, il “nostro” artista, era e resta un numero primo, un magnifico numero primo divorato e animato dal fuoco eterno dell’arte.
Ho avuto modo di dire, in un altro contesto, che la scoperta della poesia di Pedota genera stupore.
Lo stupore genuino di un viaggio nei coriandoli di luce,
Lo stupore autentico come quello che si intravede sulle tele del mistero, dove la violacciocca nel campo riemerge a nuova vita.
Lo stupore puro e innocente come quello di bimbi che, incerti, si accingono ad essere.
Veleggiando nell’arte di Giuseppe Pedota si resta stupiti, straniati, alla ricerca di un sostegno, un ormeggio qualsiasi, anche temporaneo.
Per riprendere fiato, per riflettere, per masticare lentamente le parole, le immagini, i concetti, le astrazioni iperboliche tenacemente coese come in un nucleo atomico.
Leggere la pittura pedotiana non è semplice, interpretarne la poetica lo è ancor meno, ma comprendere la poesia di Pedota può essere davvero arduo.
Dunque il quesito emerge chiaro e concreto: l’arte e la poesia è per pochi ?
Assolutamente no. L’arte in genere, e la poesia in particolare, è per tutti.
È necessario però avere il giusto vocabolario.
Anche perché, spesso, entrano in gioco aspetti legati a visioni soggettive contaminate dal cosiddetto comune senso del bello o del brutto e che, in genere, nulla hanno a che fare con l’arte.
Per la poesia di Pedota, poi, occorre possedere un vocabolario del tutto speciale, un pensiero libero e aperto e, specialmente, l’abbandono di tutto ciò che finora abbiamo pensato potesse essere la poesia. 3
Una volta letto e digerito, non senza difficoltà, l’impareggiabile Acronico, non mi son potuto esimere dal pubblicare sul sito cui ho fatto cenno, la sezione “Pedota, il poeta”.
Lì concludo una mia breve recensione dell’opera di Giuseppe con queste parole:
(perdonate l’autocitazione)
“Raramente l’Arte adopera un solo attrezzo o fluisce in un solo fiume, al contrario, invece, il suo vasto oceano “unicizza” le sorgenti e ne rende possibile la sincronia.
L’Arte è poliglotta, incide il suo codice genetico in lingue che solo all’apparenza sono diverse, è una sorta di Esperanto, materia e strumento per rappresentare quel che è stato, che è e che sarà, mediazione col perfetto divenire e, infine, se possibile, tenta il colloquio con Dio.
Gli oggetti di Pedota sono “solidi”, la sua fertile cornucopia ci dispensa sempre valori cubici sia che il suo genio creativo generi immagini che suoni o parole.
Egli ci presta i sensi per vedere, sentire e finanche annusare quel che è dentro e quel che è fuori, molto fuori, oltre.
Ma si avverte il limite delle umane possibilità: è necessario sintonizzarsi sulla giusta lunghezza d’onda per apprezzare il sincretismo pedotiano, per ascoltare ed annusare la sua pittura, per vedere e toccare la sua poesia, per palpare la musica che attraversa tutta la sua opera.
Non è tanto nel piano il pentagramma della melodia di Pedota quanto invece nello spazio. Spazio che spesso e volentieri ammicca ad altre dimensioni, oltre le consuete tranquille e rassicuranti.
Il nostro artista incursore è architetto? designer? scenografo? scrittore? pittore? scultore? saggista? poeta? musico?
Ogni opera di Giuseppe Pedota custodisce un enigma, è un palpitante enigma …”
Da un anno Giuseppe non c’è più, ma l’arte di Pedota, per fortuna è ancora tra noi, viva e vitale più che mai, penetrante, enigmatica, gaia e austera allo stesso tempo, eloquente pur con un linguaggio talvolta misterioso, incantevole e seducente come queste figlie del vento che si portano i bei seni come osanna ai loro padri austeri nella Lucania assorta di calanghi arati da meteore stellari (sono pochi versi della straordinaria Lucania lucis, un poema storico/geografico della nostra terra).
Pochi sanno che, ben prima di conoscere il suo ferale compagno di viaggio, l’ultima composizione del maestro, poeta e sciamano è stata un’opera di poesia intitolata Caronte, oscura premonizione di ciò che lo attendeva. 4
Ricordate il Caronte di greci e romani, traghettatore dell’Ade e il Caron dimonio con occhi di bragia di dantesca memoria, ma Caronte, è anche il più grande dei satelliti di Plutone, l’ultimo pianeta del nostro sistema solare, recentemente classificato come pianeta nano. Plutone e Caronte hanno massa e dimensioni simili ed è per questo che, invece di parlare di pianeta e satellite, alcuni preferiscono parlare di sistema binario perché i due corpi orbitano attorno ad un comune centro di gravità situato all’esterno di Plutone.
Come vedete, con Pedota, è ben difficile restare con i piedi per terra: o si finisce nei gorghi dell’Acheronte o dello Stige e, comunque, sulla barca di Caronte, oppure si veleggia nello spazio, ai confini del sistema solare.
Nel caso specifico il Caronte pedotiano s’è ammodernato seducendosi da una barca a un panfilo-crociera con molti ponti, gettati i suoi remi, siede sulla tolda da impietoso capitano, ha mansione d’asperrima e veloce selezione d’un oceano di ignudi in miriadi gironi d’una galassia infernale…
È un lunghissimo dialogo tra Giuseppe e il traghettatore, si vedono tratteggiati molti personaggi, ma osserviamo un Pedota stanco e forse consapevole, un uomo al culmine della sua parabola, un artista che sulla linea del suo curvo orizzonte si muove contemporaneamente in opposte direzioni: da una parte lanciato come una cometa verso gli abissi siderali dell’universo, dall’altra verso le voragini inesplorate dell’anima.
L’ultimo Pedota è un artista nuovo, inaspettato, tutto da scoprire.
Che pone domande e che forse trova risposte.
I due si parlano con estremo rispetto ma anche come due vecchi amici e Giuseppe, alla fine, sembra dare un appuntamento.
Nella parte finale della composizione poetica leggiamo:
segui la rotta mio capitano
in una scia di storie frantumate
forse verrò a trovarti
in un giorno di suprema nostalgia…
Messa così, ha tutta l’aria di un addio, ma io sono convinto che Giuseppe, in cuor suo, fosse certo di essere immortale ed eterno.
Così è, forse, e tanto basta!
Carmine Pietrapertosa per Giuseppe Pedota il 15/05/ 2011

SALOME’ SULLE CRESTE DEI ROVI – Introduzione alla poesia di Aniello Ertico

sabato, marzo 5th, 2011

          INVITO ALLA LETTURA – L’UOMO NEL VENTO

La terra dove il geco scompare ha il volto della megera e il mestruo di una fanciulla, offre al vento le canne e brandisce lame innocenti. E’ fresca di calce, odorosa di stupri, diabolica e vergine danza sulle creste dei rovi, succhia il latte, coltiva tumori, alleva serpenti, inginocchia i pensieri, fracassa le tombe.

            Nasconde la chiave.

            Aniello Ertico torna così sulla scena delle lettere: ancora piu’ discolo, incurabilmente sregolato e bizzarro fino alla scompostezza. E si riaffida al pianto nascosto della poesia con un’opera estrosa, spinta al limite del fastidio e della dissipazione. Giocoliere ubriaco e affidabile, spudorato e fraudolento al punto di fingersi, alternativamente, vacuo ed eccessivo, metafisico e gelatinoso, deciso e lesto di sgorbia ripercorre l’esistenza fantasmatica di Damien, scampato ai capricci di Eolo e diventato distrattamente adulto tra le luci di Melbourne, per ricomporre per noi e per tutti i frattali della memoria dentro i fondali di un tempo altro. Quello spiritato e temibile della fascinazione, quando le malombre balzano dagli stagni e gli angeli cadono sulla terra, desiderosi di cantare le nostre sconfitte.

            Ne sortisce,  così, traslitterata nell’alfabeto cubista e dodecafonico di un cantore senza macchie e paure, un’ originalissima Via Crucis in ventitré stazioni: assolate e magnetiche, cruente e primitive, ascetiche e stralunate, peccaminose, a tratti, come una rumba lenta per disfrenare – chissà – una carnalità avvilita. Sono vicoli e radure, castagni moribondi e visionari, tratturi arroventati dallo scirocco e resi deliranti dal limìo delle cicale, postriboli sgargianti  e lune troppo piccole per essere di tutti. E’ una babilonica collezione di feticci, reliquie e rimorsi, nostalgie e ravvedimenti in cui l’autore si offre docile, ma provveduto per antica dimestichezza, al rischio degli incantamenti. E sarà a quel punto, nei lampi al magnesio della fascinazione, volatile eppure clamorosamente estesa, che Damien, tornato alle millenarie solitudini del natio borgo selvaggio per ingoiare le spine dell’infanzia, disseppellire angeli mocciosi e spadaccini, riabbracciare e smarrire, novello Orfeo disceso agli inferi del risentimento, la sua Euridice scalza e selvatica, troverà la chiave per risalire, bracciata dopo bracciata, la corrente verso una salvezza tanto esigua quanto assoluta e indeclinabile.

            Inutilmente braccata tra le macerie scintillanti di Melbourne – città di vento e di mare, di insegne sbilenche e automobilisti insonni – o nelle pozzanghere nere di bitume di una metropoli improvvisamente estranea alle sue visceri plebee, la rivelazione straluce e s’immilla, deflagra e si ritrae misericordiosa al di qua del mondo: tra gli aceri di un vecchio convento, nel buio che disperde i dettagli e contrae la ragione, tra le inezie crepuscolari di una vecchia credenza, nella decadente promessa di morte di un’agave fiorita o nelle vertigini ermetiche di una malinconica castità.

            Ecco, l’apocalisse! Tutto è compiuto e la beffa può attendere prima che torni ancora a turbinare sulle nostre smemoratezze. E anche la pagina sconsolata e deserta è finalmente pronta a raccogliere la lenta nevicata dei coriandoli sperduti per dare un senso al vento che plasma i destini e piega le canne. 

            Aniello Ertico, avvolto nel candore astratto di un angelo narratore, si inventa a questo punto, con subdola nonchalance, il distico che conclude l’opera e ne chiarisce gli estri: del siero in vita sappiti stupire/che delle more son pieni apposta i rovi.

            Un verso apparentemente innocuo e trascurabile, quasi oleografico, ma destinato – vedrete -  a perdurare nella mente dei lettori con la cattiveria di un morso viperino. E’ un verso – voglio dirlo con estrema chiarezza – venuto a noi dal paese dei balocchi per strapiombare con canagliesca esattezza nell’istante più improvvido, nei pressi di una traballante corriera bergmaniana già pronta a riprendere il viaggio palindromico della nostra esistenza.

            Forse, Damien deglutì e ritrasse gli occhi, timoroso di vedere il mare e ancora quell’insegna. E Vicky, la statua senza volto e la sua gatta rossa. Giacché, come nelle pergamene fatate di Melquiades, tutto è stato già scritto dal tempo dei tempi e non esistono salvezze ulteriori sulla terra dove il geco scompare.

Mario Ciola

                        Macondo, un giorno qualunque

 

I volti metamorfici di Acerenza di Angelo Schiavone

lunedì, febbraio 14th, 2011

 

 

La cripta della cattedrale di Acerenza, realizzata nel 1524 per il volere del Conte di Muro Lucano, Giacomo Alfonso Ferrillo, custodisce alcuni mascheroni metamorfici. Si tratta di una serie di volti i cui lineamenti si deformano e virano in forme animali o vegetali. I volti metamorfici hanno affascinato numerosi scrittori, poeti e artisti nel corso della storia. D’Annunzio nella lirica “La pioggia nel pineto” ci presenta il poeta e la sua donna (Ermione) mentre si lasciano trasportare dalle sensazioni del bosco e vi aderiscono al punto da fondersi con la natura. I loro volti, complice la pioggia, lentamente si vegetalizzano:p>

“piove sui nostri volti silvani”.

Alcune parti dei loro corpi assumono la consistenza degli elementi della natura,

“… e il tuo volto ebro

 è molle di pioggia

 come una foglia

e le tue chiome

 auliscono come

le chiare ginestre …”

finchè la donna si trasforma in una creatura arborea,

“… non bianca

ma quasi fatta virente

par da scorza tu esca…”.

Infine i due amanti completano la loro metamorfosi vegetale

“… il cuor nel petto è come una pesca

intatta, 

tra le palpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe,

i denti negli alveoli

son come mandorle acerbe…”.

 

 

Mentre nella lirica di D’Annunzio assistiamo a un lento processo di vegetalizzazione del volto, nel dipinto di Giuseppe Arcimboldo (1527 – 1593) così come in quest’altra maschera della cripta di Acerenza la metamorfosi si fa animale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una sogliola presta il suo corpo per formare la guancia del volto nel dipinto di Arcimboldo , un delfino spunta da un baffo nel mascherone di Acerenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

Recentemente anche il cinema ha riproposto un suggestivo volto metamorfico animale. Nei film “Pirati dei Caraibi” la barba del protagonista è costituita da tentacoli di polpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una forma estrema di fusione con la natura si sperimenta con la morte, in cui la dissoluzione della materia organica consegna alla terra le misere ossa.

 

Nella non lontana Altamura le viscere di una grotta, nel complesso di Lamalunga, hanno restituito un cranio di un uomo pre-neandertaliano che, sottoposto a secoli di carsismo, è stato ricoperto da concrezioni calcaree simili a minuscole stalagmiti.

Il risultato è un processo di metamorfosi minerale che avrebbe ben potuto ispirare Shakespeare il quale nella seconda scena del primo atto de “La tempesta” recita:

A cinque tese sott’acqua
tuo padre giace.
Già corallo son le sue ossa
ed i suoi occhi
perle.
Tutto ciò che di lui
deve perire
subisce una metamorfosi marina
in qualche cosa
di ricco e strano.

La cattedrale di Acerenza in passato ha custodito un altro volto metamorfico. Si tratta del mascherone scolpito sulla spalla sinistra di un busto lapideo attribuito dal Lenormant all’imperatore Giuliano l’Apostata.

Il busto, ora custodito nel locale museo diocesano, fu notato per la prima volta sul pinnacolo della Cattedrale nel 1882 mentre é ancora dibattuta l’attribuzione e l’epoca di collocazione sulla sommità della Cattedrale. Nella maschera alcuni tratti del volto evolvono in forme vegetali: il mento assume le sembianze di una foglia, dalle guance spuntano racemi mentre la fronte è come coronata dai petali di un fiore. Nel libro “Scultura antica e reimpiego in Italia Meridionale” di Luigi Todisco si confronta questa maschera coi mascheroni rinascimentali rilevando alcune analogie: “ricorrono sia il medesimo coronamento a corolla della fronte sia l’elaborazione delle guance e del mento, rispettivamente a forma di lunghi racemi e di foglia triartita”. L’ulteriore comparazione tra i “riccioli ad uncino” della capigliatura degli angeli posti ai lati della nicchia che ospita il sarcofago di Ferrillo e i riccioli di simile morfologia della barba del busto, ha indotto l’autore della pubblicazione a ipotizzare che il busto in oggetto fosse di origine rinascimentale e che raffigurasse proprio il conte Giacomo Alfonso Ferrillo. Pina Belli D’Elia e Clara Gelao nel libro “La Cattedrale di Acerenza” tornano sull’argomento ipotizzando invece che il mascherone sia il frutto di un “aggiustamento rinascimentale” di un busto più antico.

Le maschere metamorfiche si ritrovano già in epoca imperiale come dimostra questa foto che ritrae una “maschera d’acanto” scolpita nel contesto di un capitello rinvenuto negli scavi del teatro romano di Hierapolis in Frigia.


Nel capitello il mascherone raffigura una testa di divinità, con barba e capelli trasformati in foglie d’acanto. In queste maschere, rinvenute anche in altri siti di origine romana presso templi dedicati agli imperatori, il ricorrere dell’associazione dell’acanto alla figura di Apollo alludeva all’immortalità e aveva quindi la funzione di esaltare il potere dell’imperatore.

Angelo Schiavone

Percorsi dell’anima, mostra personale di Carlo Cofano

lunedì, febbraio 7th, 2011

Mediateca Provinciale di Matera, spazi espositivi dal 12 Febbraio al 5 Marzo 2011
Inaugurazione, Sabato 12 Febbraio 2011, ore 18,00

Gli spazi espositivi della Mediateca Provinciale di Matera ospiteranno, dal 12 Febbraio al 5 Marzo 2011, le opere dell’artista salentino Carlo Cofano. La mostra, intitolata “Percorsi dell’anima” , è promossa dalla Mediateca Provinciale di Matera “A. Ribecco”, ed è inserita nel cartellone degli eventi promossi dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Paesaggistici della Basilicata in occasione della Giornata di San Valentino.

All’inaugurazione, che si terrà sabato 12 febbraio alle ore 18,00 presso la sala conferenze della Mediateca Provinciale di Matera, parteciperanno:
Vincenzo Malfa, Direttore della Mediateca Provinciale di Matera;
Pino Nicoletti, docente di storia dell’arte;
Marina Pizzarelli, storico e critico d’arte;
Carlo Cofano, Artista.
L’arte di Carlo Cofano “attinge a dimensioni materiali e intende cogliere la “verità parallela” – come scrive Marina Pizzarelli, critico e storico dell’arte – celata oltre il visibile […] in un “disvelare facendo”, in una tessitura di immagini in cui improvvisamente si aprono squarci fecondi di sempre nuove germinazioni che nascono nel profondo della psiche, e di storia e di memoria si nutrono. Dovunque le talpe dell’inconscio scavano le loro tane sotterranee. Lo sguardo rivolto a questa dimensione “segreta” porta Cofano non verso lo “spirituale” kandinskiano (e quindi verso l’astrazione), ma alla più congeniale misura magico-onirica (e figurativa) di Simbolismo, Metafisica, Surrealismo, con sconfinamenti nella Pop Art e nell’Iperrealismo”
La mostra “Percorsi dell’anima” conta 35 opere realizzate in tecnica mista olio e acrilico su tela e polimaterico ed è suddivisa in tre cicli pittorici: Africa, Donna e Presenze.
“Africa” nasce dallo studio delle radici profonde della cultura africana spesso matriarcale. L’Artista è affascinato dai culti tribali, dal loro misticismo ed esoterismo e ne estrapola contenuti e forme, evidenziandone l’eleganza e la bellezza primordiale.
“Donna” è un percorso artistico che prende vita dalla ricerca della sensualità, della raffinatezza, dell’eleganza insita nella Donna, nel suo essere Donna in quanto tale. Osserva ed evidenzia il mistero dell’universo femminile in cui la donna contemporanea concretizza se stessa, rivelandosi nelle sue molteplici forme, lasciando trasparire le emozioni del suo essere amica, amante, madre, manager.
“Presenze” rappresenta un’ulteriore evoluzione del percorso pittorico dell’artista che parte dalla scoperta, dal viaggio sensoriale, dall’interpretazione spirituale e onirica del reale, traslando la realtà. La donna diventa simbolo e messaggera di una nuova forma di comunicazione che, andando oltre l’immagine e la percezione visiva, entra nell’anima delle cose per carpirne l’essenza.

L’artista
Carlo Cofano nasce a Lecce il 23 novembre 1972 e consegue gli studi artistici frequentando l’Istituto d’Arte e l’Accademia di Belle Arti di Lecce. Figlio d’arte, nipote di Mario Palumbo e pronipote di Michele Palumbo, pittori ben conosciuti in ambito Salentino tra ‘800 e ‘900, entrambi allievi del Sartori e discepoli dei macchiaioli napoletani, intraprende, giovanissimo, l’attività artistica passando dall’antropomorfismo delle campagne africane del nonno Mario Palumbo fino a maturare, un’arte innovativa, polimaterica e poliedrica.

Creazioni plastiche di Giuseppe Ligrani.

sabato, febbraio 5th, 2011

Guardare un’opera d’arte significa ricrearla. Significa in qualche modo vedervi riflessa la propria immagine.   Percepire lo sforzo di un’anima ancestrale che comunque ci appartiene, come fantasma profondo,  l’anima di questo mondo che insieme stiamo vivendo e che fatica come nelle doglie del  parto a prendere forma e corpo. Sì, perché nelle opere plastiche, nelle sculture di Ligrani c’è comunque una istanza di liberazione. Una o tante entità spirituali, che prendono corpo nel ferro, nel rame, nel  legno, e vengono alla luce.

La scultura  tradizionale presuppone l’azione dell’artista che, manipolando l’oggetto, con una operazione di sottrazione di materia,  lo trasforma secondo una propria idea. Spesso l’uomo resta attonito di fronte alle trasformazioni che un oggetto subisce per effetto di forze endogene della natura.

Non vorrei qui scomodare Ovidio che ci offre suggestioni  di grande fascino. In Lucio Apuleio la metamorfosi può caratterizzarsi, se  operata da spiriti maligni, come corruzione di una forma superiore in una forma inferiore, tale è appunto la trasformazione di Lucio in asino, ma quell’asino  poi, per intervento divino (misericordia isiaca), tende a riacquistare forma umana.

Così Giuseppe Ligrani raccoglie materiali di scarto, che hanno già subito l’azione malefica di una corruzione per effetto degli agenti naturali e per colpa dell’uomo che li abbandona  nell’ambiente. Così l’artista raccoglie rame e ferro arrugginito, legni derivanti da alberi caduti o abbattuti da mani blasfeme, li pulisce e libera in loro delle forme che tendono prepotentemente a manifestarsi. L’artista si pone a servizio di queste metamorfosi svolgendo  un’azione maieutica.
Egli,  nelle vesti del sacerdote di Iside,  favorisce, con un lavoro discreto e rispettoso, l’epifania di forme, anime relitte, come la ninfa Partenope oggi sepolta sotto i rifiuti di Napoli.  A queste forme che anelano alla luce Ligrani  restituisce  appunto luce e nuova vita.

Nel momento in cui  abbandona i suoi manufatti nell’ambiente, l’uomo per Ligrani tradisce non solo l’ambiente ma opera una sorta di profonda frattura in se stesso come mostra questa scultura, una donna divisa, sepolta  nelle viscere della terra. E’ forse anche la rappresentazione di Psiche addormentata per effetto di un sortilegio, di un peccato.  E’ la bellezza imprigionata in una forma corrotta dall’abbandono.

C’è una sorta di animismo nelle sculture di Ligrani. Nei i visi e nei corpi che si stagliano in forme ancora indistinte da quei legni si manifesta l’anima, una sorta di diffusa sensibilità formale.  La materia prima delle sculture di Ligrani, il materiale riciclato, ferro o legno, sia pure corrotta dalla ruggine, è  materiale sempre vivo, dice l’autore,  pronto a risorgere in una nuova luce per parteciparci nuove emozioni.

L’artista è Amore che opera  il miracolo. Psiche rivivrà  e fecondata da Amore darà vita a Voluttà, ossia principio vitale. L’arte è redenzione, resurrezione a nuova vita.  Utilizzando materiali di recupero, secondo un’atavica tradizione della cultura africana, Ligrani restituisce alla nostra cultura ed all’arte nuova dignità civile.

Invito alla lettura – “Viaggio nella storia di Rionero in Vulture” di Michele Pinto – Valentina Porfidio Editore

mercoledì, febbraio 2nd, 2011

Una comunità senza memoria, avverte Michele Pinto, è destinata a non avere futuro.

Il problema è che il futuro di una comunità è funzione della sua capacità ideativa e progettuale, qualunque progetto è una costruzione  che poggia le sue fondazioni sulle stratificazioni valoriali che la cultura recupera dalle viscere del passato.

In questo contesto si giustificano le escursioni di Michele Pinto nella storia del nostro territorio. Egli infatti inzia la sua avventura di scrittore nel lontano 1984 con   “Scuola elementare e cambiamento educativo”  , quattro anni dopo  pubblica  “Il tirocinio nella formazione iniziale dei docenti di scuola primaria”   e nel 1996 “La gestione dei gruppi didattici” .  In questi libri ha colto la dinamicità dello sviluppo dei processi educativi sul territorio.

Dopo aver centrato la sua attenzione sulla scuola come ambiente formativo e sull’insegnante  protagonista del rapporto educativo  l’autore ha ritenuto necessario   intervenire sulla  proposta culturale da offrire ai giovani perché si strutturi in essi una serena consapevolezza di sé nel quadro di un’equilibrata e responsabile identità civile.

Sono così venuti alla luce libri di grande interesse storiografico, civile e soprattutto preziosi sotto il profilo formativo:  “Nella terra dei briganti” ( 2007), “La festa patronale nella vita e nella storia di Rionero” (2006), “Uomini, fatti, istituzioni. Ritratto di un Paese dal secondo conflitto mondiale al miracolo economico (2007).

E’ dell’ottobre 2010 l’ultima pubblicazione del nostro autore, “Viaggio nella storia di Rionero in Vulture”.

Il lettore che apre questo agile volume è indotto ad un cammino che attraversa la storia, un viaggio nel tempo, alla scoperta delle radici più profonde della identità civile della città di Rionero.

Il punto di vista si focalizza prevalentemente sulla microstoria ma spesso si allarga come in un grandangolo   per cogliere non solo gli orizzonti più ampi delle vicende nazionali ed internazionali, ma anche le diverse anime e le diverse coloriture ideologiche, politiche che l’hanno attraversata. L’immagine che se ne ricava è sempre nitida  e precisa anche sotto il profilo cromatico.

Michele Pinto è un educatore che parla della propria identità civile, per parteciparla ai giovani, ne espunge lo spiritus loci e lo incornicia all’interno della più vasta identità civile nazionale per preparare la comunità cittadina a festeggiare i duecento anni di autonomia comunale e i 150 anni dell’unità nazionale.

Questo libro, decisamente scritto bene, si pone come prezioso sussidio per tutti i ragazzi della città e merita di entrare nelle biblioteche scolastiche e civiche del mezzogiorno d’Italia per diverse ragioni:

-          in epoca normanno-sveva  Rionero era un casale sorto intorno alla Chiesa di Santa Maria de Rivo Nigro, poi abbandonato quando i pochi abitanti furono attratti nel nuovo insediamento di Atella, successivamente fu ripopolato da immigrati albanesi; Rionero oggi, ed in genere la valle di Vitalba, può essere additata come un miracolo dell’ integrazione sociale multietnica;

-          questa accurata e puntuale ricerca dimostra in maniera incontrovertibile come il Mezzogiorno si sia reso protagonista di quel percorso che, attraverso i  moti napoletani del 1820-21 e quelli del 48, portarono all’unificazione nazionale del 1860-61;

-          presenta un’immagine del sud che non si ripiega su se stesso ma guarda al futuro con fiducia, forte di una dinamicità insospettata e capace di inserirsi in una rete di rapporti civili, culturali ed economici  di grande prospettiva;

-          dimostra come la storia sia segnata, in maniera profonda, da un disagio sociale permanente. Ciò è dovuto alla incoerenza fra le istanze  leggibili nella geografia dei bisogni emergenti sul territorio e la geografia del potere che si  veste sempre di nuove divise ideologiche e intanto si attrezza perché le innovazioni di facciata non mettano in discussione i privilegi acquisiti.

In conclusione Telemaco Edizioni, pur non essendo l’editore di questo ottimo libro, lo propone all’attenzione dei suoi lettori come una voce che si leva sul Mediterraneo, una proposta interessante sia in termini di contenuto  sia come  prospettiva  metodologica.  Il nostro auspicio è che la diversità delle voci  possa produrre un concerto dialogico in grado di rilanciare questa area sia sotto il profilo economico sia, e soprattutto, sotto il profilo culturale e civile.