La Metafisica nell’arte contemporanea

Ricordo di un amico: Giuseppe Pedota a un anno dalla scomparsa

Amici, siamo qui a un anno dalla sua scomparsa a ricordare Giuseppe Pedota, un caro, indimenticato e indimenticabile amico.
Il suo ricordo è vivissimo, scuserete se la voce dovesse involontariamente un po’ incrinarsi, mi affido alla vostra benevolenza.
Vi parlerò del mio incontro con l’uomo e l’artista e di come, talvolta, dobbiamo a circostanze fortuite o impreviste il concretizzarsi di vicende che altrimenti non si sarebbero realizzate.
Io ho conosciuto Giuseppe per caso, alcuni anni fa.
Anzi, a dire il vero, è stato lui a conoscere me, in un certo senso.
Mi era capitato tra le mani un suo bel catalogo di una mostra del 1998 credo.
Fu un fulmine a ciel sereno, una folgorazione. Ne rimasi affascinato.
Ma come, un lucano, a dir meglio e più precisamente un genzanese di nascita, un artista di statura internazionale, un degno rappresentante della variegata arte moderna e contemporanea, una persona che annovera tra i suoi amici Carlo Levi, Gavioli, Riviello, Crippa, Fontana, Kodra, Buzzati, Vittorini, Roversi, Scotellaro e che entra, per così dire, in contatto ravvicinato con Leonardo Sciascia, Argan, Sartre, Borghes per citare solo i più noti, è da noi uno sconosciuto. Tutto ciò è incomprensibile !
A quell’epoca, senza particolare preparazione e da autentico autodidatta, stavo costruendo un mio spazio
web.
Realizzai immediatamente che l’arte di Pedota poteva e doveva essere annunciata al mondo internettiano e che il mio modesto filo nella grande ragnatela del World Wide Web si prestava ottimamente allo scopo.
Detto fatto e nella sezione “Arte e letteratura” inserisco subito alcune pagine dell’arte pedotiana insieme a varie notizie e saggi critici.
Spesso si naviga a vista e senza bussola e così fu il caso che portò Giuseppe a imbattersi nel mio sito web e in quelle pagine che lo riguardavano.
Grande fu la sorpresa e immenso il piacere quando Giuseppe mi chiamò per comunicarmi il suo apprezzamento per la mia libera iniziativa.
Cominciò così una affettuosa e sincera amicizia che mi ha dato l’opportunità di conoscere un vero Titano dei nostri tempi.
E dico che Pedota è un gigante di stratosferica grandezza non a caso. 2
Avevo conosciuto un pittore, ma Giuseppe non lo era.
O meglio, non lo era in misura prevalente.
Quando mi comunicò l’uscita di Acronico (una piccola grande antologica di poesia) rimasi sorpreso. Per me era una novità e un aspetto sconosciuto e, con tutta probabilità, una dimensione ignota ai più.
Se osservare e poi inevitabilmente ammirare il pittore è un chiaro processo logico, leggere la parola scritta in poesia, equivale a navigare su un vascello il cui approdo non è né certo, né scontato. Qui si viaggia in abissi e profondità oceaniche con la stessa leggiadria che su candide e inviolate vette. Talvolta contemporaneamente.
L’artista, il “nostro” artista, era e resta un numero primo, un magnifico numero primo divorato e animato dal fuoco eterno dell’arte.
Ho avuto modo di dire, in un altro contesto, che la scoperta della poesia di Pedota genera stupore.
Lo stupore genuino di un viaggio nei coriandoli di luce,
Lo stupore autentico come quello che si intravede sulle tele del mistero, dove la violacciocca nel campo riemerge a nuova vita.
Lo stupore puro e innocente come quello di bimbi che, incerti, si accingono ad essere.
Veleggiando nell’arte di Giuseppe Pedota si resta stupiti, straniati, alla ricerca di un sostegno, un ormeggio qualsiasi, anche temporaneo.
Per riprendere fiato, per riflettere, per masticare lentamente le parole, le immagini, i concetti, le astrazioni iperboliche tenacemente coese come in un nucleo atomico.
Leggere la pittura pedotiana non è semplice, interpretarne la poetica lo è ancor meno, ma comprendere la poesia di Pedota può essere davvero arduo.
Dunque il quesito emerge chiaro e concreto: l’arte e la poesia è per pochi ?
Assolutamente no. L’arte in genere, e la poesia in particolare, è per tutti.
È necessario però avere il giusto vocabolario.
Anche perché, spesso, entrano in gioco aspetti legati a visioni soggettive contaminate dal cosiddetto comune senso del bello o del brutto e che, in genere, nulla hanno a che fare con l’arte.
Per la poesia di Pedota, poi, occorre possedere un vocabolario del tutto speciale, un pensiero libero e aperto e, specialmente, l’abbandono di tutto ciò che finora abbiamo pensato potesse essere la poesia. 3
Una volta letto e digerito, non senza difficoltà, l’impareggiabile Acronico, non mi son potuto esimere dal pubblicare sul sito cui ho fatto cenno, la sezione “Pedota, il poeta”.
Lì concludo una mia breve recensione dell’opera di Giuseppe con queste parole:
(perdonate l’autocitazione)
“Raramente l’Arte adopera un solo attrezzo o fluisce in un solo fiume, al contrario, invece, il suo vasto oceano “unicizza” le sorgenti e ne rende possibile la sincronia.
L’Arte è poliglotta, incide il suo codice genetico in lingue che solo all’apparenza sono diverse, è una sorta di Esperanto, materia e strumento per rappresentare quel che è stato, che è e che sarà, mediazione col perfetto divenire e, infine, se possibile, tenta il colloquio con Dio.
Gli oggetti di Pedota sono “solidi”, la sua fertile cornucopia ci dispensa sempre valori cubici sia che il suo genio creativo generi immagini che suoni o parole.
Egli ci presta i sensi per vedere, sentire e finanche annusare quel che è dentro e quel che è fuori, molto fuori, oltre.
Ma si avverte il limite delle umane possibilità: è necessario sintonizzarsi sulla giusta lunghezza d’onda per apprezzare il sincretismo pedotiano, per ascoltare ed annusare la sua pittura, per vedere e toccare la sua poesia, per palpare la musica che attraversa tutta la sua opera.
Non è tanto nel piano il pentagramma della melodia di Pedota quanto invece nello spazio. Spazio che spesso e volentieri ammicca ad altre dimensioni, oltre le consuete tranquille e rassicuranti.
Il nostro artista incursore è architetto? designer? scenografo? scrittore? pittore? scultore? saggista? poeta? musico?
Ogni opera di Giuseppe Pedota custodisce un enigma, è un palpitante enigma …”
Da un anno Giuseppe non c’è più, ma l’arte di Pedota, per fortuna è ancora tra noi, viva e vitale più che mai, penetrante, enigmatica, gaia e austera allo stesso tempo, eloquente pur con un linguaggio talvolta misterioso, incantevole e seducente come queste figlie del vento che si portano i bei seni come osanna ai loro padri austeri nella Lucania assorta di calanghi arati da meteore stellari (sono pochi versi della straordinaria Lucania lucis, un poema storico/geografico della nostra terra).
Pochi sanno che, ben prima di conoscere il suo ferale compagno di viaggio, l’ultima composizione del maestro, poeta e sciamano è stata un’opera di poesia intitolata Caronte, oscura premonizione di ciò che lo attendeva. 4
Ricordate il Caronte di greci e romani, traghettatore dell’Ade e il Caron dimonio con occhi di bragia di dantesca memoria, ma Caronte, è anche il più grande dei satelliti di Plutone, l’ultimo pianeta del nostro sistema solare, recentemente classificato come pianeta nano. Plutone e Caronte hanno massa e dimensioni simili ed è per questo che, invece di parlare di pianeta e satellite, alcuni preferiscono parlare di sistema binario perché i due corpi orbitano attorno ad un comune centro di gravità situato all’esterno di Plutone.
Come vedete, con Pedota, è ben difficile restare con i piedi per terra: o si finisce nei gorghi dell’Acheronte o dello Stige e, comunque, sulla barca di Caronte, oppure si veleggia nello spazio, ai confini del sistema solare.
Nel caso specifico il Caronte pedotiano s’è ammodernato seducendosi da una barca a un panfilo-crociera con molti ponti, gettati i suoi remi, siede sulla tolda da impietoso capitano, ha mansione d’asperrima e veloce selezione d’un oceano di ignudi in miriadi gironi d’una galassia infernale…
È un lunghissimo dialogo tra Giuseppe e il traghettatore, si vedono tratteggiati molti personaggi, ma osserviamo un Pedota stanco e forse consapevole, un uomo al culmine della sua parabola, un artista che sulla linea del suo curvo orizzonte si muove contemporaneamente in opposte direzioni: da una parte lanciato come una cometa verso gli abissi siderali dell’universo, dall’altra verso le voragini inesplorate dell’anima.
L’ultimo Pedota è un artista nuovo, inaspettato, tutto da scoprire.
Che pone domande e che forse trova risposte.
I due si parlano con estremo rispetto ma anche come due vecchi amici e Giuseppe, alla fine, sembra dare un appuntamento.
Nella parte finale della composizione poetica leggiamo:
segui la rotta mio capitano
in una scia di storie frantumate
forse verrò a trovarti
in un giorno di suprema nostalgia…
Messa così, ha tutta l’aria di un addio, ma io sono convinto che Giuseppe, in cuor suo, fosse certo di essere immortale ed eterno.
Così è, forse, e tanto basta!
Carmine Pietrapertosa per Giuseppe Pedota il 15/05/ 2011

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