John Biden e l’oro dei Poveri


 di Emanuele Vernavà

È difficile parlare di un Paese tanto povero ma a contatto vitale con Paesi splendidi per “fast food” così lussuriosi e irrinunciabili. Un Paese che “sale”, dall’aspetto calancoso come quello di “Cristo si è fermato ad Eboli”. Ed è difficile parlarne anche per il suo “oro”, quello che anche da Noi, quando eravamo lucani poveri, le mamme”vrazzal’”, per fare la leand dietro la paranza,  cioè raccogliere i manipoli dietro ai mietitori e farne covoni, ne dava un bel bicchierone di infuso per far dormire il figlioletto già in preda alla malaria a giugno. L’oro, l’oppio, da noi lucani chiamato “papagna “, di un Paese, l’Afganistan, ribelle da sempre come il suo tormentato rincorrere l’acrocoro Indo- himalaiano. Tra l’uomo e il territorio il rapporto potrebbe essere quello di causa ed effetto, anche se Max Weber ha cercato di spiegare la diversità con la religione, quella che ancora oggi, con gli illuminismi, tanto meritori fino al postmoderno ma  pietosamente sconfitti oggi, accende la luce della vita nei singoli e nei popoli. A torto o a ragione. Vedere John Biden piangere, in maniera contenuta e quasi invisibile e non come nei  threnoi di Eschilo o Sofocle o Euripide, lui costretto a chiudere il ventennale conflitto per vendicare il massacro dell’undici settembre 2001, a me ha fatto male, non perché io sia naturalmente per la democrazia di Pericle, ma come uomo, a cui l’ “uscita”razionale e programmata dalla guerra con i Talebani ha ferito il cuore alla notizia che, nell’attentato dell’Isis all’aeroporto di Kabul, erano stati uccisi tredici soldati americani tra i centosettanta Afgani, che tentavano di imbarcarsi sugli aerei per sfuggire alla “mano armata” dei vincitori. Isis, Islamic state of Iraq and Syria, non quello di Osama Bin Laden, che Obama uccise, perché con l’11 settembre delle Twin Towers Al- Qaida non c’è mai entrata. Lo dice  il Capo dei Talebani vincitori.   L’acrocoro indo-himalaiano, come tutte le cime di monti sulle quali gli antichi saggiamente ponevano frourion e oppidum, come da Noi  i castelli longobardi e fridericiani,è ancora più difficile da conquistare, come avamposto crescente del Tetto del mondo, il Pamir, con il K2 e l’Everest  a seguire in continuità, conosciuti questi due per la nostra atavica sfida alle sedi degli déi. Già ne seppero qualcosa i Romani, quando persero il triumviro nella battaglie di Carre nel 53. a.C., Crasso. Ma prima ancora lo capì Alessandro, che arrivò all’India scendendo però lungo i deserti  e, al ritorno, lui risalendo lungo la stessa strada e invece  l’esercito per mare. Le montagne sono molto difficili da conquistare. E se la nostra teoria che i figli della Terra ricevono da essa le peculiarità psico-fisiche per vivere, si spiega perché i Parti siano sempre stati irriducibili  alle legioni dell’Impero romano ed oggi alla tecnologia “stellare” dell’Occidente. L’uccisione di tredici marines all’aeroporto di Kabul da parte di due o tre kamikaze dell’Isis ha ferito il cuore di Biden, che in quell’ istante ha visto mescolarsi a quei morti il figlio Beau morto cinque anni prima , come succede anche a  noi molto meno implicati in responsabilità dove la “statura”, non quella di Serse o di Caligola ed altri, ma la conoscenza delle cose e degli uomini e il coraggio di “provvedere” richiedono doti che non tutti abbiamo, come ormai soprattutto da noi Italiani si crede. Vedi in questo senso, una miseria per non aggiungerne altre, la non “conoscenza” sia pure scolastica del  vaccino anticovid, quando in questi giorni i novax organizzano blocchi stradali o ferroviari, o attaccano un giornalista a Roma o Matteo Bassetti viene inseguito e filmato, per inviare le immagini ai social. Cose da pazzi, anzi di una democrazia che giustamente  gli antichi Greci vedevano sempre degenerare in oclocrazia, il dominio cioè della folla o, come diciamo oggi, della piazza. Niente a che vedere questa con l’agorà di Atene e dei suoi demi. Ma se vogliamo parlare di oro vero, l’Afganistan è il Paese più ricco al momento di  “terre rare”, l’oro del futuro cosmico che resta nell’appetito anzi nella fame insaziabile delle Potenze del mondo.

Emanuele Vernavà

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