La democrazia etica dei nostri giorni – di Emanuele Vernavà

Prima di rimproverarmi che non possiedo una sia pur minima conoscenza di sociologia politica, spiego perché trasferisco l’attributo dallo “stato” alla “democrazia”. Perché anch’io so, nel mio piccolo, che tutte le dittature sono stati etici e che le democrazie, quelle vere, non lo sono. Ma io mi riferisco alla nostra democrazia, che da gli anni ’80 del secolo scorso ad oggi ha assunto la forma di uno stato etico, poco visibile a livello centrale, molto invece a livello periferico, regioni e soprattutto  comuni. Chiariamo subito l’apparente ossimoro non senza premettere, però,che il potere nello stato etico diventa una bandiera che tanto rassomiglia a quella di Costantino, sulla quale c’era la Croce con la scritta “in hoc signo vinces”. Qualche ora prima della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio il 28 ottobre 312, particolare che non cito a caso, se ci ricordiamo di quello che dice Dante nell’ Inferno  e che io ho riportato più di una volta su questo quotidiano. La bandiera, in mano   agli alfieri nello schieramento del campo di battaglia, ovviamente anche per noi rappresenta la Patria, quella per la quale “ dulce et decorum est pro patria mori”, anche nelle vere democrazie, e che ha come obiettivo centrale la libertà per tutti e per ognuno, quella di “in lege libertas”.

Notiamo subito che nella nostra democrazia “libertà” è stata tradotta nell’ “arbitrio” del potente che diceva Trasimaco, quello di fare ciò che vuole e sotto la cui protezione si riparano ed agiscono i “furbetti”, come gli abusivi del vaccino anticovid, contro cui s’è scagliato senza diplomazia Draghi. Nelle democrazie vere, come quella britannica, Filippo di Edimburgo, come ogni cittadino, è andato nella vita “dove l’ha portato il cuore” e non la mira ad un Regno più grande e importante di quello greco con l’eventuale eredità materna della Germania. E questo, che è proprio del cittadino di una vera democrazia, Filippo l’ha vissuto tutti i giorni dei suoi cento anni nel ruolo che la società e la storia gli avevano assegnato, prima di Ufficiale della Royal Navy durante la seconda guerra mondiale e poi come sposo della Regina, che solo lui, ecco un privilegio, ha potuto chiamare “Bettina” o “Betty” nella lingua di Albione. Ogni cittadino, come Filippo, assolve al proprio ruolo, con “scienza e coscienza”, avendo come referente solo il servizio alla comunità. Da Noi, invece, il referente per ogni pubblica carica o servizio, è il “padrone”, che per i politici è il voto, soprattutto di quelli che glielo possono procurare e qui vedi già il disastro morale e civile in cui farà precipitare la società da lui rappresentata, mentre per tutti gli altri che sono al “servizio” dello stato, il referente è colui o altro che gli ha procurato il “posto”. Referente, che non solo diventa la sua bandiera, ma anche il modello a cui ispirare i propri comportamenti. Insomma il Capo, e i suoi valvassori, e questi con i sotto di grado, diventano gli “educatori” della società . E così puoi constatare, amico mio, come non ci sia ossimoro nel definire democratica la monarchia inglese, e democrazia etica o dittatura la nostra. Da chiarire però che tra la dittatura o democrazia etica di Erdogan e la nostra c’è una grande differenza: la prima può tranquillamente non dare una sedia a Ursula von der Leyen, la seconda, la nostra, deve fare tutti giorni e in tutti luoghi i conti con i “servitori dello stato” ma “seguaci”, tutti liberi però non solo di essere “pensatori”, ma anche di fare quello che pare e piace ad ognuno, perché se è vero che la catena a cui si è legati  può essere pesante per i loro sogni e i loro cuori, è anche una garanzia di protezione, perché sempre il Capo è “ responsabile” e non gli altri anelli della catena fino all’ultimo. Certo, per essere un vero “servitore”, come quello del Vangelo, non basta volerlo essere in un momento di “conversione”, ma volerlo vivere come “amore”  verso il padre della parabola, che fa festa grande per il ritorno del  figlio che si era perduto, e rinunciando definitivamente alla protezione del Capo o all’abito “che fa il monaco”. La gerarchia nelle bande di S.Agostino docet.

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