Scuola, il caso del Liceo Montanari e il problema della valutazione – di Francesco Nacci


Se vado indietro nel tempo e richiamo alla memoria il periodo trascorso tra i banchi del liceo Maurolico di Messina non mi sovvengono, sia pure per via indiretta, casi comparabili all’episodio del liceo Carlo Montanari. Certo l’interrogazione alla cattedra non era una passeggiata. L’accertamento delle conoscenze era capillare. In poche parole bisognava studiare e conoscere tutto il programma svolto e magari subire, in caso di preparazione stentata, rimproveri e solo raramente qualche  parola di monito per evitare la bocciatura. Parole che potessero umiliare la personalità e offendere la persona non facevano parte della cultura professionale del tempo. I docenti avevano uno stile distaccato e a un tempo rispettoso. Nel corso di una interrogazione di tedesco in DAD una studentessa del liceo Carlo Montanari, sospettata di leggere appunti, si è bendata per volontà della professoressa. L’episodio ha suscitato scalpore al punto che studenti di ogni parte d’Italia hanno divulgato, tramite i Social, episodi che riguardano le interrogazioni e la valutazione scolastica,  denunciando fatti  che intaccano e offendono  la personalità dei giovani. Ci voleva la pandemia e la didattica a distanza perché venisse alla luce non il malessere  della scuola, si conosce da tempo, ma il male più profondo: la valutazione di cui le scienze dell’educazione inquadrano il contenuto in un’ottica pluridisciplinare. Un’ottica che ce la prospetta  lontana anni luce dall’essere momento di un percorso che si attesta sulla linea  “ io spiego, tu studi, io interrogo”. Che il  docente debba spiegare fa parte dei suoi compiti come anche interrogare e per lo studente studiare. Il tutto a condizione che il docente si interroghi sul concetto di spiegazione e interrogazione. La spiegazione non è solo rendere più semplice il contenuto del sapere ma  dedurre, dice Popper, da leggi e condizioni la spiegazione del fenomeno storico, fisico, letterario ecc… E se l’episodio del liceo Montanari ci induce a dare uno sguardo al mondo universitario ne vediamo di tutti i colori. I casi in cui l’interrogazione si tramuta in interrogatorio non sono sporadici, quali quelli in cui il docente ordina allo studente di rispondere con  le spalle rivolte al computer. Un’aula scolastica o universitaria che sia, non è un’aula giudiziaria. Per introiettare questo concetto ci vuole poco: riflettere sul titolo di un libro già datato “Educatori o giudici?” di R. Galli – G. Tomazzoni o anche su un recente libro “Le radici dell’educazione. La teoria dell’esperienza in John Dewey” di T. Pezzano che, richiamando “Democracy and Education” sostiene come “il rapporto educazione e democrazia è necessario e vincolante”. Una riflessione  che è parte integrante di un discorso che deve essere condotto con competenza e abilità da chi ha responsabilità educative,  da chi in possesso di tecniche e metodologie sia anche in grado di usarle. Si sa. La valutazione suscita preoccupazioni tra  insegnanti,  famiglie, studenti. Tra chi la vede come discriminante e chi invece si chiede come si possa migliorare il processo di apprendimento. Le idee sulla valutazione non sono chiare. Uscire da una situazione oscura, mortificante la professionalità dell’insegnante e degli studenti, è una necessità. Basta sapere che la valutazione è elemento del percorso curriculare in cui  verifica e valutazione rappresentano un binomio inscindibile. E’ vero. Tra i due elementi c’è una sostanziale differenza: la valutazione è processo, è descrizione qualitativa, la verifica, meglio la misurazione, è momento, è descrizione quantitativa del comportamento dello studente espresso in punteggi e nella maggior parte dei casi  in voti. In buona sostanza la misurazione è controllo tecnico, è momento fondato sulla oggettività, è qualcosa di quantificante che richiede l’uso di strumenti adeguati che garantiscono l’oggettività ,stimolano l’apprendimento e ne registrano il manifestarsi. Valutazione è descrizione qualitativa e quantitativa del comportamento degli alunni, presuppone la misurazione ma va oltre e si attesta su criteri di fondo quali l’oggettività, la gradualità, la sistematicità, la partecipazione. E così che  valutare significa guardare l’alunno nel suo essere e non nel suo dover essere; è processo e non momento che si risolve una volta per tutte; è autovalutazione nel senso di conoscenza che il soggetto ha di sé. Non possiamo dimenticare che la valutazione ha una funzione prognostica e diagnostica e che necessita  di una metodologia che guarda l’alunno che apprende e il processo che lo accompagna. Si ha così una descrizione quantitativa e qualitativa che consente di osservare i processi di apprendimento e di superare quel limite angusto che è il momento dell’interrogazione, di ampliare il nostro sguardo per cogliere dati che  ci indicano ciò di cui l’alunno ha bisogno. Valutare per educare. O anche, dico in un mio libro, Valutare per intervenire. E’ auspicabile che l’episodio del liceo Montanari  non si riduca al clamore finora prodotto e che l’ispezione disposta dall’Ufficio Scolastico Regionale del Veneto non si riduca solo ad accertare le eventuali responsabilità sul piano disciplinare della docente di tedesco. L’ispezione non  è solo l’inspicere secondo l’etimo latino ma è anche e soprattutto un fatto tecnico. E’ auspicabile che il dirigente tecnico incaricato dell’ispezione  evidenzi le linee metodologiche e i criteri di valutazione deliberati dal Collegio dei Docenti; che ne accerti il rispetto da parte di tutti i docenti della scuola. Se si riscontrano carenze in tal senso non solo vanno segnalate  ma va proposto all’Amministrazione scolastica, nel caso in specie  al Ministro dell’Istruzione, che la valutazione è un male endemico della scuola e che è urgente intervenire con una seria e capillare formazione dei docenti, almeno di quelli che iniziano ora la carriera scolastica. Non si dica che il sistema già mette in essere la cosiddetta formazione in servizio. Se crediamo sia sufficiente ci prendiamo in giro. E così gli studenti continueranno ad essere privati di interventi didattici utili alla formazione e allo sviluppo della personalità, unica e vera finalità della scuola.

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