Brusca, da Hammurabi a Beccaria di Emanuele Vernavà

QUALCOSA NON TORNA

Premettiamo subito che ogni vivente occupa un punto di una realtà tempo-spazio in maniera involontaria, anche se crede, soprattutto l’uomo sapiens sapiens della Storia, di essere il centro della realtà, salvo ricredersi fino a scoprire che il centro di tutto prima è la Terra, poi il Sole, poi ancora la nostra Via Lattea o Galassia, e poi via via così verso l’infinitamente grande, su cui s’indaga per verificare, con Popper, che cosa ci sia dopo la Materia senza luce, che individuerebbe in qualche modo, ma senza certezze, il limite di Einstein. Tutto questo Brusca non lo sa né gli interessa, come succede ad ognuno di noi. Ma in questo accendersi della mia luce tra le infinite luci della vallea dantesca con Ulisse e Diomede, c’è la mia storia come quella di Brusca, un punto nell’infinito, che noi chiamiamo Storia. E la storia di Giovanni Brusca, che mi esimo dal raccontare per ragioni che non so spiegare, io la comprendo in questo lampo che parte, come Giustizia, dal Codice di Hammurabi e giunge a “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Perché , in questo viaggio, qualcosa non torna alla coscienza ed al sentire di ognuno di noi. Nel Codice di Hammurabi la legge fondamentale è quella del taglione, “occhio per occhio dente per dente”. Legge rimasta indenne, pur nei distinguo tra cittadino e non da Solone in poi, e tra patrizi e plebei prima, tra cittadino romano e non poi, questi secondi essenzialmente schiavi dopo l’Editto di Caracalla. Allora, quando tale legge veniva applicata senza sofismi, “dura lex sed lex”. Qualcosa tenta
di cambiare Rotari, passando dalla legge del taglione e dalla faida al guidrigildo, il pagamento in denaro a soddisfazione del danno provocato alla persona offesa. Ma solo tra gli arimanni, tra gli aldii, semiliberi, e non tra essi e i servi della gleba. In questo senso il Rinascimento è stato il periodo più feroce contro chi non apparteneva alla società di Monsignor Giovanni Della Casa, un Vescovo che dedicò gran parte del suo magistero a dare consigli con il “Galateo”, o di Baldassarre Castiglione con “iI Cortegiano” a indicare al “giovin signore”, tanto indigesto al povero Parini, come comportarsi a Corte, da perfetto cicisbeo. Da Rousseau a Cesare Beccaria anche l’animo del Terzo Stato lombardo cambiò rapidamente, passando dall’accettazione del rogo o del capestro del Sant’Uffizio alla filantropia, che prende forma istituzionale nei Paesi di Martin Lutero definitivamente con la Guerra dei trent’anni con la pace di Westfalia, nel 1648, che statuisce che “cuius regio, eius religio”. Liberando l’Europa,
eccetto il Meridione del Mondo dall’incubo vissuto dalla servitù della gleba per la ferocia feudale, e soprattutto liberando la geopolitica anglosassone, con risonanze non insignificanti nel mondo lombardo, appunto, dove si consuma la vicenda di Renzo e Lucia, non più quelle di Tancredi e Clorinda o Orlando e Angelica. E, tornando al mondo lombardo così bene testimoniato con la vita e con la poesia da Alessandro Manzoni, Cesare Beccaria, con “Dei delitti e delle pene”, spiega perché abolire la pena di morte, che i secoli avevano conservata per schiavi e sudditi, tutti
coloro cioè, che, poveri ladri e “liberi” pensatori, avevano affollato ed affollavano le regie galere dando lavoro a Mastro Titta, da Noi ancora nello Stato del Papa Re, per ben 68 anni, dal 1796 a 1864 con l’esecuzione di 514 decapitazioni, e non 516 perché due condannati vennero giustiziati uno con la fucilazione l’altro “impiccato e squartato dall’aiutante” (Mastro Titta, it.m.wikipedia.org)). Giovanni Brusca, con alle spalle un numero di assassinii che neppure lui sa quantificare, lui come un quantum d’infinito riposto in una stringa gravitazionale, è scampato anche dal carcere a vita, oltre che dalla pena capitale dei secoli bui, proprio per il pensiero di Cesare Beccaria, pur non facendo parte del mondo degli “scarti”, cui guardava l’occhio e l’animo dei filantropi prima illuministici poi romantici. La sua “salvezza”, quella di Giovanni Brusca, l’ha voluta proprio l’uomo centrale della sua vita, quel Giovanni Falcone, che lui aveva fatto saltare a Capaci, e che aveva introdotto nella giurisprudenza moderna la figura del collaboratore pentito, da quando era stata eliminata la tortura. Sì, quella per esempio della Vergine di Norimberga, che trafiggeva il condannato in un abbraccio mortale con i suoi pugnali che penetravano nelle carni man mano che la stretta diventava più forte. Eppure qualcosa non quadra nella liberazione “d’u verru” dopo venticinque anni di carcere. Non quadra perché la società deve pagare per il suo “pentimento”, come lo concepiamo noi, e garantire anonimato, casa e famiglia se lo volesse, nonché il mantenimento a vita in un luogo protetto. Non lo so, io credo che il
cosiddetto mondo civile che si dispiace di far soffrire un “animaletto” e non si cura invece di esseri umani, soprattutto bambini e donne, che in tante plaghe del mondo subiscono violenza e morte, si stia ammalando gravemente nell’anima.
Aggiungendola, questa malattia metafisica, a quell’altra, la corruzione, che il ministro Cartabia vede diffondersi in tutto il mondo, come il vento mortale che lentamente nel silenzio della notte avvolge e penetra nelle abitazioni degli Egiziani uccidendo i loro primogeniti, nel racconto dell’Esodo.

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