La Chiesa rupestre di San Michele Arcangelo ad Acerenza (Angelo Schiavone)

Il culto di S. Michele Arcangelo ad Acerenza, testimoniato da una piccola chiesa rupestre in contrada S. Angelo, è riconducibile al culto Di S. Michele di Monte Sant’Angelo nel Gargano. L’8 maggio del 490 apparve in sogno S. Michele Arcangelo al vescovo di Siponto. Fino agli anni cinquanta, l’8 maggio, presso la grotta di Acerenza avvenivano festeggiamenti con successivo pic nic all’aperto. (vedi I SANTUARI MICAELICI LUCANI di luigi Telesca su notizie di regione Basilicata).
Il culto in grotta ad Acerenza fu probabilmente introdotto dai Longobardi che avevano eletto San Michele protettore nazionale. Grimoaldo I, Duca di Benevento, nel 650 difese il santuario garganico contro i Bizantini. I Longobardi fecero rappresentare il santo sugli scudi e coniarono monete in suo onore. Sulla Rivista Italiana di Numismatica del 1916, volume XXIX, sono riportate le monete che Sicone, nobile longobardo di origine friulana devoto all’Arcangelo Michele, fece coniare quando nell’817 ottenne il feudo di Acerenza.

La moneta, conservata nel British Museum, raffigura da un lato L’Arcangelo che tiene nella mano destra il pastorale e nella sinistra una croce. Sul lato opposto il busto in prospetto di Sicone.

La grotta di Acerenza, come tutte le caverne e chiese lucane dedicate a san Michele Arcangelo, è orientata a nord-ovest cioè verso il Gargano a testimonianza della stretta relazione con quel culto (G. Otranto, F. Raguso, M. D’Agostino. S. Michele Arcangelo dal Gargano ai confini Apulo-Lucani).
Nella grotta è ancora conservata una statua lignea raffigurante il santo, opera dell’artigiano acheruntino Angelo Maria Marmo detto “Furnaciar”.
Nel 1268 il santuario rupestre di Acerenza era posseduto dagli Ospedalieri di S. Giovanni da Gerusalemme (Antonella PELLETTIERI, Militia Christi in Basilicata: storia e diffusione degli Ordini Religioso-Cavallereschi (secc. XII-XIX), Anzi 2005). Quest’ordine monastico insieme ai Templari, e ai Cavalieri Teutonici fu uno dei tre più potenti ordini di monaci guerrieri i quali oltre a provvedere alla sicurezza delle strade di accesso a Gerusalemme si occupavano della raccolta di finanziamenti per le strutture religiose (ospizi, monasteri, santuari) che nascevano durante le crociate. Il culto Micaelico ad Acerenza è testimoniato nel XVI secolo dal resoconto della visita pastorale di Mons. Giovanni Michele Saraceno arcivescovo di Acerenza e Matera avvenuta dal novembre del 1543 al settembre del 1544. Il documento, conservato nell’archivio arcivescovile di Acerenza, attesta la presenza in quel tempo di due chiese rupestri dedicate a questo culto.
Valeria Verrastro in un articolo dal titolo “San Michele Arcangelo: un santo guerriero che fa incontrare i popoli” pubblicato da Basilicata Regione Notizie riferisce che il Cardinale Michele Saraceno, durante la visita pastorale ad Acerenza, registra la presenza di “due chiese con dedicazione micaelica”: la prima è una chiesa rupestre ubicata “in meniis ipsius civitatis extra primam portam” nella quale non vi era nessuna immagine del santo né un altare, l’altra è citata fra le chiese extra moenia localizzata nella contrada Tuppo di S. Angelo.
Probabilmente anche ad Acerenza, come in tutte le chiese rupestri dedicate all’Arcangelo, davanti alla grotta si praticavano riti mutuati dalla tradizione pagana. Tra questi il più noto era quello dell’incubatio. Il fedele si addormentava davanti alla grotta, dopo un giorno di digiuno, sdraiato sulla pelle di un montone dal vello nero sacrificato per l’occasione. Durante il sonno sarebbe apparso l’Arcangelo per dispensare i consigli o la guarigione accogliendo la preghiera del fedele. La guarigione avveniva di solito per immersione nell’acqua, infatti i santuari Micaelici erano solitamente provvisti di vasca.

L’uso rituale dell’acqua fu mantenuto nel mondo cristiano legittimato da un passo del Vangelo di Giovanni, dove l’Angelo, la vasca e l’acqua diventano protagonisti del miracolo della guarigione: “Vi è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina,chiamata in ebraico Betzata, con cinque portici sotto i quali giaceva un gran numero d’infermi, ciechi, zoppi e paralitici.[Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua;il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto]. (Vangelo di Giovanni, 5,2,3,4)

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