Presentato all’UniTre di Genzano di Lucania “La Divinaccia”, seconda pubblicazione di Nina Barile

di Gianrocco Guerriero

GENZANO DI LUCANIA – “La Divinaccia” (Telemaco Edizioni, Acerenza, 2012), di Nina Barile, è stato presentato mercoledì scorso all’UniTre.
Si tratta della seconda produzione letteraria dell’autrice Genzanese dopo “I fattaridd” (uscito due anni fa dalla stessa casa editrice) in cui, con stile colto ma semplice e scorrevole, veniva affidato a brevi e divertenti racconti il compito di tramandare i tratti salienti di un modo di vivere (e di interagire socialmente) che precede di appena una o due generazione la nostra, dominata dalla televisione, dai telefonini e da internet.
Con la Divinaccia, la Barile, ha voluto continuare sulla stessa scia affidando stavolta al linguaggio, piuttosto che a personaggi esemplari, il compito di narrare l’ ‘epopea’ in cui ha speso il fulcro della suo esistenza.
Basti una terzina a chiarire il senso dell’opera: “ Era la prim’ora du matin/ Qualche stèlle ancore stacij appecciate,/ Non me parije abbunghiann d’aria fine. (Erano le prime ore del mattino/ Qualche stella ancora brillava/ Non riuscivo a saziarmi dell’aria sana e sottile.)
Si noti intanto la differenza di espressività fra la versione in vernacolo e il mio tentativo di ri-traduzione, che può soddisfare la mente ma non arriva certo all’addome: ed è questo, appunto, il tesoro che intende salvare l’Autrice , ovvero la ricchezza semantica di un modo di esprimersi, che estinguendosi va a lasciare dei vuoti incolmabili dalla lingua nazionale.
Ed a questo punto, aiutati anche dal titolo, si può intuire facilmente che la linea guida di questo lavoro è la ben nota Divina Commedia. Difatti Nina Barile non fa che riproporre stralci del poema dantesco, non limitandosi a tradurli nel suo ricco dialetto genzanese, ma riadeguandoli alle situazioni della ‘paesaneità’.
Ecco allora come i versi proposti sopra, scelti fra i tanti significativi, assurgono a molto più di una mera ludica trasposizione linguistica, in quanto riescono ad evocare quel sentimento di piacere, fierezza, predisposizione positiva verso il giorno che si sta schiudendo, che migliaia di contadini, alzandosi per necessità di buon ora devono aver sperimentato lo scorso secolo e ancora prima, e che solo detto in quei termini riesce a render davvero l’idea…

Donato Pepe, direttore e fondatore della Telemaco Edizioni, davanti alla sala colma di ascoltatori appassionati e attenti, ha fatto notare come il patrimonio linguistico locale vada ad inglobare e conservare tutto quando è condivisibile, ed è di fatto condiviso, all’interno di una comunità, e che va preservato per capire chi siamo e cosa vogliamo partendo da ciò che eravamo.
Ha concluso l’Autrice, leggendo alcuni brani e ribadendo la necessità di tramandare il senso dell’esistenza veicolato nel lessico e nella fonetica dialettale.
Bellissimi e suggestivi anche i disegni che intervallano le terzine, creati per l’occasione da Giulia Stolfi, nipote della Barile.

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