Presentazione del romanzo “La donna di rugiata” di Gianrocco Guerriero

di Donato Pepe

La cultura é l’epifania dello spiritus loci o se vogliamo la manifestazione dell’anima dei luoghi. Quell’anima o quella vitalità che ci consente di affondare le nostre radici nel passato per alimentare la nostra identità e per cercare le motivazioni che possano spingere soprattutto i giovani a progettare su questo territorio il loro ed il nostro futuro. Telemaco Edizioni si riconosce il compito di intercettare queste istanze e di dar voce agli autori che promuovono la circolazione capillare della cultura e, naturalmente in interazione con la scuola e le altre agenzie educative, concorre a mettere in campo un autentico processo di democratizzazione della cultura. In attuazione del nostro progetto editoriale ci accingiamo a presentare alla vostra benevola accoglienza “La donna di rugiada” di Gianrocco Guerriero.

La dirigente di ricerca in Scienze Storiche del CNR, dott.ssa Antonella Pellettieri, che abbiamo il piacere di avere qui fra noi, animatrice e conduttrice di questo evento, riconosce n nel libro “La donna di rugiada” le caratteristiche del romanzo storico. Naturalmente sono d’accordo per le motivazioni che mi accingo ad esporre.
Lyda Borrelli, la divina del cinema muto italiano, ha dimorato per un breve periodo nel castello di Monteserico lasciando una traccia significativa nella memoria e nelle leggende popolari. Nel romanzo i personaggi storici sono disegnati con cura sulla base di una puntuale e minuziosa ricerca. I personaggi di fantasia come Carmela, l’adolescente bionda e dagli occhi azzurri, sono rigorosamente caratterizzati perché si muovano nel quotidiano secondo i ritmi e la sensibilità del tempo.

Anche l’ambientazione è particolarmente curata con riferimenti precisi al nostro territorio com’è di prassi in questo genere letterario.
Inevitabilmente quando pensiamo all’ambientazione di un romanzo storico ci torna alla mente il famoso brano “Quel ramo del lago di Como”. Certo Gianrocco Guerriero non ripropone la solennità tipicamente romantica della descrizione manzoniana ma l’incanto del paesaggio qui si colora del delicato, fine erotismo di ispirazione parmenidea. Di quest’aspetto parleremo più avanti.
Ora consentitemi di citare uno solo dei brani che svolgono appunto la funzione di ambientazione della storia sul nostro territorio:
“Carmela, che aveva imparato ad ascoltare la sua principessa nel linguaggio degli specchi, le colse subito un breve e millimetrico moto interrogativo sulle labbra: rispose che si trovava proprio lassù, Acerenza; e che la bollicina di roccia sovrastante era un’antichissima chiesa dedicata a Maria Assunta in Cielo. Socchiuse gli occhi ed ebbe una visione: quella terra incantevole era una dea nuda sdraiata su se stessa e il Castello e la Cattedrale erano le punte eccitate dei suoi seni: indistinguibili e rivali in una disputa irrisolvibile e necessaria, appartenenti ad un unico corpo, su due rive della stessa carne. E, insieme, una sola cosa: nella profondità di una coscienza che non si può sondare.”
Il linguaggio è curato a tal punto da trascendere talvolta la pur essenziale dimensione semantica per farsi emozione e suono. E l’autore lo annota puntualmente: “Carmela non comprendeva tutte le parole che continuavano ad infilarsi nella luce della stanza, né vedeva tutte le figure che esse disegnavano, ma il panorama la incantava ugualmente, anzi forse per tale ragione ancora di più.”
Del resto le due coprotagoniste non avrebbero potuto condividere una lingua comune. Avevano alle spalle storie, esperienze, estrazione sociale diverse, e l’autore annota con sofferenza che avrebbero avuto un diverso destino, come in fondo è nella normalità della vita. Lyda e Carmela sono come due rette che, pellegrine nello spazio, si incontrano in un solo punto e sono poi destinate a divergere. Eppure quel punto d’incontro sa di fusione profonda ed ha il sapore dell’infinito.
Qui l’eros è pura sensibilità primigenia che diventa condivisione nel momento in cui le due anime si riconoscono impastate nella stessa sensibilità, quella femminile che trascende ogni storia, ogni ruolo, ogni contaminazione culturale.
“Ecco perché quando la voce si abbassa il dialogo diventa più intimo”. Un dialogo che impegna i sensi allo stato sorgivo e si fa empatia per rendere in qualche modo palpabile la corporeità dell’anima o se volete la spiritualità del corpo.
Lyda Borelli, la divina del cinema muto italiano, si inserisce nell’immaginario popolare e diviene parte integrante del fascino misterioso del castello di Monteserico. La vita contadina intreccia le sue storie con le leggendarie grotte degli eremiti. Così la narrazione intercetta la storia e nello stesso tempo la leggenda e “La donna di rugiada” assume a pieno titolo la connotazione di romanzo storico, inusuale, peraltro, nella letteratura di questo territorio. Ma il magma che l’autore impasta per realizzare la composizione è materia vivente, dotata di una elevatissima sensibilità per cui la narrazione assume a tratti la pregnanza del saggio di antropologia, scritto però con la leggerezza della mano del poeta e si anima di una forte componente erotica, come si addice ad un brano di antropologia scritto al femminile.
Soffermiamoci un attimo su questo aspetto perché parlare di antropologia al femminile è un ossimoro, una contraddizione in termini, che combinata con la componente erotica inesorabilmente ci espone a dei rischi.
Può indurre a pensare che l’autore strizzi l’occhio ad una cultura malata che cerca comunque una gratificazione erotica distillando la nostra condizione di solitudine, o di disagio relazionale, o ancor peggio voglia stimolare quella sensualità morbosa descritta, con il crudo realismo che caratterizza i poeti maledetti.
“Come un povero debosciato morde e carezza
il seno martirizzato di una vecchia puttana,
noi rubiamo al volo un piacere clandestino
e lo spremiamo con forza come una vecchia arancia.

Serrati, formicolanti, come vermi a milioni,
popoli di Demoni ci gozzovigliano nei cervelli,

Ve n’è uno più brutto, più cattivo, più immondo!

È la Noia –

Tu, lettore, conosci questo mostro incantevole
– ipocrita lettore – mio simile – mio fratello!
Questa digressione su Boudelaire da “I fiori del male” ci aiuta a comprendere per contrasto la bellezza, la pulizia, di queste due creature Lyda e Carmela quella purezza primigenia, che caratterizza la verginità, evidentemente non imenea ma mentale, nei confronti della quale lo stesso Boudelaire esprime profonda nostalgia.

“Amo il ricordo di quelle epoche nude
quando a Febo piaceva indorare le statue,
quando l’uomo e la donna nella loro semplicità
gioivano senza menzogna e senza ansietà,
e offrendo la schiena alle carezze del cielo
mantenevano sana la loro nobile macchina.
Cibele feconda di generosi prodotti,
trovava che i suoi figli non erano un peso grave
e, lupa dal cuore gonfio di tenerezze per tutti,
dissetava l’universo ai suoi bruni capezzoli.”

La formazione di Gianrocco Guerriero deve molto alla filosofia classica ed in particolar modo a Parmenide. In Parmenide il pensiero è figlio dell’equilibrio interiore e della bellezza e quando si materializza, grazie al linguaggio, si fa poesia. Proviamo a gustare qualche frammento del “Poema della natura” di Parmenide per apprezzare compiutamente la sensibilità del nostro autore.
“Le cavalle che mi portano fin dove l’animo desidera giungere mi trasportavano, dopo che partirono conducendomi verso la via dalle molte voci, che appartiene alla divinità, che porta in tutti i luoghi l’uomo che sa; là ero portato; là infatti le accorte cavalle mi portavano tirando il carro, e fanciulle mostravano la strada.
L’asse nei mozzi emetteva uno stridore della parte concava, infiammandosi ogni qualvolta le fanciulle Eliadi, figlie del Sole, acceleravano la corsa, dopo aver lasciato le case della Notte, verso la luce, togliendosi con la mano il velo dal capo.”

L’alba è la manifestazione della luce, l’epifania della verità, e quando le fanciulle si tolgono il velo dal capo mostrano come la verità e la luce hanno un viso di donna.

In un’altro frammento di Parmenide troviamo che la dea, primo fra tutti gli dei, partorì Eros. Provate a leggere alcune pagine agli albori della letteratura italiana , coeve con la costruzione del Castello di Monteserico come il canto sull’Assunzione della Beata Vergine Maria di Jacopo della Venazza, o anche alcune pagine dei primi padri della Chiesa o ancora della Sacra Scrittura (il Cantico dei Cantici), troverete degli echi assolutamente imprevedibili di questa intuizione.

Tentiamo ora una sintesi conclusiva: “La donna di rugiada” come genere letterario risponde a tutti i requisiti del romanzo storico ma se vogliamo è qualcosa di più che un romanzo; è un poema alla femminilità che ci racconta o ci svela come l’esperienza umana si anima sole se illuminata da eros perché dove non c’è amore, non c’è luce, non c’è vita.

Adesso, cari lettori, sapete perché Telemaco Edizioni ha deciso di pubblicare questo libro. Ma da questo momento “La donna di rugiada” vi appartiene. L’editore e l’autore hanno una sola speranza che venga accolto con benevolenza, entri nella sensibilità e nella cultura di questo territorio per dare a tutti un senso di leggerezza e di gioia.

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