Presentazione del libro “La Cetonia sul Cardo” di Domenico Gilio – Telemaco Edizioni

Acerenza 16 Agosto 2011

Il libro ha inaugurato l’attività dalla nuova casa editrice “Telemaco” di Donato Pepe con sede in Acerenza.

Aldo Onorati, in prefazione, parla di: “una innegabile sapienza metrica di Domenico Gilio. Gilio elegge il settenario come propria cifra di raccordo sonoro fra endecasillabi per lo più maggiori ed accentati all’essenziale, ma gli accordi vengono scelti pure con i quinari, sebbene il flusso melodico incastri in ritmi che rendono più complesso il gioco degli intrecci sonori i quali aderiscono sempre con sapienza a un ritmo … interiore, … flusso biologico istintivo … Prorompono nelle liriche passaggi ritmici di assoluta bellezza …” .

In altri termini il linguaggio poetico di Gilio si muove nell’ambito della metrica classica. Non di artificio formale si tratta ma di un ritmo interiore che, grazie ad un’antica frequentazione di studi classici, è diventato comportamento istintivo che governa non la parola ma il pensiero che scorre come flusso vitale, come uno spartito musicale che dà ritmo e bellezza al sentire e al vivere.


Mimma Congedo, artista di Teatro da Milano, ha letto alcune liriche della silloge.

Mario Ciola, critico e pittore, si sofferma sul tema: “La rimembranza demiurgica in Domenico Gilio”. La rimembranza in Leopardi è una sorta di rifugio estetico nel quale il poeta si ripara per avere una tregua dal dolore esistenziale. In Domenico Gilio invece il passato che emerge dalla memoria non ha la leggerezza del racconto, ma si impregna dell’ansia e della sofferenza della vita, che la coscienza e la razionalità dell’uomo mite e sereno hanno rimosso, aggettivando i ricordi, il poeta li ricrea in una tensione drammatica e sofferta. Acerenza non è più quella della sua infanzia. Il vento l’ha devastata. La poesia di Gilio ha una connotazione drammatica che si ancora ad una visione ontologica vissuta nel quadro di una profonda sensibilità teologica. (Ma la scienza che affranca da ogni male/ è il folle volo di Icaro/che mi estranea la terra,/tuo sconsacrato tempio/ e mi trafigge).
Aniello Ertico, poeta, tratta il tema: “Indagine sulle intenzioni nella poetica di Domenico Gilio”. I luoghi e i tempi della narrazione di Gilio confluiscono nella dimensione del sacro. Il sacro è il luogo della comunità, della famiglia, della vita. La sacralità in Gilio è vissuta non come contemplazione ma come partecipazione, dialogo finalizzato alla salvezza che impegna solidalmente ciascuno di noi e Dio. Anche nella percezione del sacro, Ertico vede una componente drammatica. Il poeta, che si relaziona con il tutto, avverte il rischio di perdersi nel nulla, è consapevole che Dio lo ama, e che se egli si perdesse, Dio non potrebbe darsi pace.

La sacralità in Gilio non si riduce ad un rapporto personale fra l’uomo e Dio ma coinvolge la città e la natura. (Sale il brusio delle spighe/come incerta preghiera). Ertico pensa che la grandezza di un poeta non consista nella purezza della lingua, nell’armonia del verso, ma nella potenza della comunicazione. Se in forza dei versi di Gilio nasceranno fiori sulle finestre della case di Acerenza e nuove voci di bimbi ridaranno vita ai suoi vicoli allora una corona di alloro cingerà la testa del poeta. Se invece la sacralità di Acerenza conoscerà l’insulto del tempo avremo perso tutti e persino le pietre della Cattedrale rimarranno mute e si spegnerà qui anche la voce di Dio. (Se io mi perdo/ mi avrai perduto tu).

Le operatrici della Biblioteca civica e scolastica che ha organizzato l’evento, hanno quindi posto all’autore una cruciale domanda: La poesia salverà il mondo? Sarà possibile il miracolo se non si contageranno i giovani con la suggestione della parola? Domenico Gilio ha chiamato sul palco Merisabel Calitri che, non ancora diciottenne, ha pubblicato la sua prima silloge poetica ed hanno interagito in un interessantissimo dialogo che qui non riferisco perchè sarà oggetto di un prossimo post a firma della stessa Merisabel.

La serata è stata allietata dalle bellissime danze delle bambine under 8 della scuola di danza ALMA LATINA di Marina Pepice che hanno dato un tocco di fragrante freschezza alla serata.

Donato Pepe 

La Cetonia sul cardo. Domenico Gilio

Ringrazio Domenico Gilio per avermi tanto delicatamente invitato e Donato Pepe per le sue continue manifestazioni di stima che mi auguro di meritare. Soprattutto in  questa veste, quella di recensore, di critico, alla quale pur non essendo avvezzo mi vedo, sempre più frequentemente, costretto a ricorrere.  Ricorso necessario per non apparire spocchioso ed eccessivamente “artista”. La verità è che non è possibile declinare inviti posti con tale affetto. E come si può tuttavia recensire un libro, in una pubblica piazza poi, quando è l’affetto che determina il moto d’animo e di giudizio? E allora mi perdonerete se abdicando al ruolo di censore, mi intratterrò qualche minuto in riflessioni apparentemente tenui ma, vedrete, probabilmente bastevoli a celebrare comunque l’opera che presentiamo.

E poi, questa cosa di fare la critica letteraria è proprio  una sfida audace che, per uno come me, sembra imporre terreni malagevoli.  Nel 2007 ho pubblicato il mio primo libro seguito nel 2009 dal secondo  ed eccomi qui già  a poter parlar dei libri altrui, dopo aver peraltro già presieduto una commissione per un premio letterario. Non si è ancora capito quanto sia bravo io che già son chiamato a dire quanto sono bravi gli altri. Insomma, non mi si da il tempo di finire le mie marachelle che già mi si chiede di indagare su quelle altrui. Colpa dei tempi che viviamo , tutto rapidissimo. Ed allora, vedete, non è che le mie tenui riflessioni sull’opera di Gilio derivino da mancanza di Pathos … è solo che sono assolutamente disinteressato alla retorica e particolarmente interessato alla poesia. Se peraltro si trattasse di dover esprimere un giudizio di mero gusto o, perché no, di stile, a me verrebbe inesorabilmente da chiuderla con un concetto chiaro e trasparente : Domenico Gilio è come scrive ! Per meglio dire, Domenico Gilio scrive esattamente per com’è.  Delicato, gentile, corretto. La Poesia di Gilio è una Poesia per bene. E tuttavia, se parliamo di poesia e non di Gilio, se si tratta cioè di celebrar l’opera e non l’autore, siamo costretti a dimenticarci della firma e a valutare i testi. Scopriamo allora che sono versi e non prosa….ecco…il fenomeno della poesia contemporanea ! Ora, vedete, la poesia è senza dubbio assurta al rango di fenomeno sociale. Dopo tutto, in una piazza, d’estate, inserito in un cartellone d’eventi, presentiamo un libro di poesia! E mi mi viene il dubbio che allora l’indagine del fenomeno necessiti di un approccio che tenga conto della sua evoluzione recente. Che Gilio lo gradisca oppure no, che io lo gradisca o no, che chiunque scrivi lo gradisca o no,  concorriamo  al fenomeno dei nostri tempi….un ricorso enorme alla poesia. Ed il censimento dei poeti contemporanei chi lo fa? Quali i riferimenti certi, i caposaldi dai quali partire per indagare il fenomeno? Per troppo tempo, credo, la critica si è impantanata da un lato impigrendosi sulla retrograda adozione dei parametri linguistici, “l’endecasillabo”, la metrica e la cifra, sbilanciandoci in improponibili parallelismi buoni a distruggere qualsiasi lavoro ……Se dicessi….”Gilio come Petrarca”…. Avrei consumato il più ingenuo ed abusato atto di lesionismo. D’altro canto, tuttavia, non se ne può più neppure della tendenza, sempre più diffusa ad invocare per i giovani poeti, spesso enfant prodige, il diritto alla libertà del verso. Insomma, è davvero un pantano in cui, il critico, illudendosi di sguazzare, in realtà inesorabilmente affonda. Chi è davvero poeta e chi no ? Gilio o Ertico, Montale o Vasco Rossi?

Allora mi pare che possa essere salvifico un approccio nuovo. Mi pare cioè di poter dire che il discrimine per essere poeti, almeno per se stessi, risiede non più nell’efficacia, nello stile, nella cifre…e manco nel contenuto espresso. Credo, anzi son certo che oggi,  condizione essenziale e sufficiente per la realizzazione della più rudimentale delle composizioni in versi sia L’ INTENZIONE. L’intenzione d’essere poeti è già poesia. Quella forza , più o meno traducibile in frutti gustosi che si esplica con la volontà di declinare con una cifra nuova la realtà o la storia, il sogno e le beffe. Rifugge dal banale ogni poeta, anche il peggiore.

Allora, se così è, mi interesso a quel che scrive Gilio per scovarne l’intenzione, per qualificarla , per traturla. Mi chiedo cioè, come farebbe un passante chiamato ad alta voce da uno sconosciuto….non tanto chi sia costui  ma, più brutalmente “che vuole”. Cosa vuole Gilio che tanto è capace di delicatamente chiamare ? Che vuole Domenico da me e dai presenti ? E si, questo m’interessa più della cifra poetica. L’intenzione di Gilio sarà per me conferma sulla sua capacità d’esser poeta.

“NELL’UNIVERSO, mia unica dimora, se mi perdo io , mi avrai perduto tu.”

Ricorre nelle pubblicazioni di Domenico il ricorso alla terra natìa. Le suggestioni di un amore. Ed il suo amore per Acerenza è un amore battezzato eterno poiché di nascita, quindi originario e filiale direi , ma è anche innamoramento e quindi dell’età matura che si afferma con la presenza scelta e non più con la nascita imposta. Nessuno sceglie dove nascere . Si sceglie però dove tornare, dove eleggere il domicilio della propria anima e si sceglie pure dove presentare i propri libri. Ed  anche in questo libro c’è una corposa sezione dedicata al paese, al suo topos. Non vi è nulla di originale in questo . Le suggestioni dei ricordi e la bellezza dei luoghi sono strumento estremamente ricorrente nelle poesie. La natura, la ricchezza delle suggestioni visive ed odorose…..! E funziona, vi dico, funziona. Richiamare la potenza delle suggestioni territoriali è un trucco che, sempre, dico sempre, risulta efficace. Tanto più se il territorio incide, invade, determina le cose dell’uomo. Mi è capitato, per esempio di sentire una frase, che poi era un verso. Era coniata da un romano di Roma che declamando la bellezza del crepuscolo romano dice : “ A Roma, il tramonto è così bello da poter ritardare un suicidio”….. cioè, la bellezza è tale da fermare il gesto inconsulto….la bellezza è tale da essere salvifica. Tuttavia, l’intenzione di Gilio non mi pare essere descrittiva e basta. Non mi pare che Gilio voglia con le parole dipingere un quadro e basta.

Le sue intenzioni, allora, forse sono da rintracciare proprio nella volontà di riproporre un caposaldo , un parametro, che possa aiutarci tramite le descrizioni ambientali ed i ricordi d’infanzia a proiettare noi stessi nel presente grazie a questo passato che il nostro autore scomoda tanto di sovente.

Insomma, no, non si tratta proprio di una immagine delicata ! Gilio ci scrive di terre belle si ma anche selvatiche, toste da dissodare ed abitate da donne che con la faccia tagliano il vento ( …e dovrebbe essere il contrario), pur di portare a casa la “canna di legna”.

L’immagine è spesso, suppur inconsapevolmente, un ritratto della fierezza, del vivere difficile. Lo stesso cardo non è propriamente un’orchidea e la cetonia non proprio la farfalla che nei giochi d’infanzia fiabeschi allieta le future principesse. Eppure, il cardo, spinoso e terribile se stretto nella mano, fiorisce e tanto basta.

Il sospetto allora svanisce e Gilio mi pare un delicato cantore che, come puerpera sul pargolo, sussura storie buone a risvegliare dal lungo sonno.

Non furono le nostre madri ad insegnarci l’inbrutimento né l’accettazione della deriva. Non furono loro ad abbandonare i casolari ma a battezzarli sacri e meritevoli di ospitare storie nobilissime seppur selvatiche perché infettate dalla miseria.Ecco, mi pare di poter affermare che una indagine sulle poetiche intenzioni di Gilio possa approdare essenzialmente a questo. E’ l’ intenzione di riallocare il germe della fierezza, con il buon gusto del pedagoga e la delicatezza di chi  quella sacralità dei padri la porta dentro.   

Quanto sia poeta Gilio, allora, lo determineranno i lettori, magari il più giovane tra i lettori, che mi piace immaginare con i versi tra le mani, contemporaneo e fiero, piantare un fiore avanti casa per gridare d’esser vivo, figlio di approdi sicuri nelle nostre perenni frane, testimone attuale, garante che nulla è andato perso. O non ancora.

Aniello Ertico

 

 

 

L’ESSENZIALE Ѐ INVISIBILE AGLI OCCHI  –   Il piccolo principe – Antoine de Saint – exupery

Sorridono le stelle e precipita il rondone, squillano le campane e rifulgono volti di fanciulle dal fondo verderame delle sorgenti, ninfe acquamarine, forse, in cerca di romanze amorose tra giunchi e ginestre già spente e bolle di sapone appena schiuse – il tratto elegante della morte.

 Domenico Gilio è un poeta ellittico, capace, cioè, di rivoltare i segni e di celare il sangue dietro le quinte della narrazione. Braccato dal demone della nostalgia, egli convoca e ricompone le schegge di un mondo perduto – lucciole e torrenti, papaveri e covoni annegati nell’azzurro, cicale e girasoli ebbri di luce – fino a stabilire uno scambio ontologico tra sé e i luoghi della memoria: sulla cima di questo colle / come sulla sommità di me stesso / … e le colline di fronte / sono l’immagine di me / … la mia parte migliore. Ed è la nobilissima Acerenza, alta sulla valle del Bradano, dove s’infrangono le raffiche del tempo e il passato, la bianca infanzia  sembra riemergere come un mosaico / d’ambra, su un mare di cristalli infranti.

D’altra parte, la metafora dello specchio, e i rimandi cosmogonici a essa correlati, torna spesso nelle liriche del Nostro a rinnovare flussi e corrispondenze in un processo in cui la coscienza è come oggettivata e la realtà è chiamata a sostanziare di sé le architetture della soggettività poetica.

Spinto da un bisogno esistenziale, ancorchè poetico, Gilio cerca disperatamente il fiore della vita, il sorriso delle cose e affida alle ricordanze, con piglio vagamente leopardiano, la missione demiurgica di riscattare e ricostruire il proprio passato. Ma, a differenza del poeta di Recanati, Gilio non muove alla rarefazione del mondo, no, non si contenta di ri-nominarlo, quanto, piuttosto, alla sua riedificazione – materiale! Ricordi e versi come mattoni e plinti per resuscitare, vivo e presente, il corpo del mondo. E lo fa ricorrendo, a tratti, a un lessico quasi mariniano o della migliore tradizione barocca, un lessico, cioè, teso non a smarrire, ma, anzi, a estendere alla nostra percezione le grandezze sensibili del mondo: rivelazione splende su colline / in mobili puntini variopinti / in capolini d’oro bizantino / in un rito solenne / d’aureole di Santi e di Reali.

Ma è proprio qui, nel punto più alto della parabola, sul crinale tagliente dove strapiomba il tempo che entra in scena il sangue, il dramma sapientemente differito: prima erano le cose / poi le parole vennero, gemmanti. E ancora: le strade di Acerenza / … non più vive / … le ha devastate un vento / … case di rute, dai tetti riversi /… gli scalcinati muri, i chiusi vuoti / un tempo turbinosi / di stridi e di vocii / ora un’eco sbiadita. E così, in un crescendo tenuto sotto traccia come un urlo estenuato e muto, fino al verso che chiude la silloge, splendido e abbagliante come un ghiacciaio: le cose sono più delle parole / di ogni arte che ritrae / le sembianze.

Ѐ una fucilata, un attimo e ti sembra di aver visto la maschera lunare della morte tra le margheritine di una favoletta. Incredibile! Un verso di magistrale tempistica, asciutto e crudele, che ci restituisce nella sua interezza il profilo autentico di un autore tanto dedito alla poesia quanto dolorosamente consapevole della sua fallibilità.

Raramente ho visto un poeta saltellare sull’orlo del precipizio con tanta inebriante leggiadria.

Mario Ciola

Due generazioni a confronto:dialogo interattivo tra Domenico Gilio e Merisabell Calitri.

Il gioco della staffetta è, da sempre, simbolo e testimonianza di un antico proverbio: “l’unione fa la forza”. Ma non solo… rappresenta la fiducia nel compagno di squadra al quale, dopo aver percorso la propria tappa, si cede il testimone per far sì che quest’ultimo ne percorra un’altra avvicinandosi al traguardo. È stata questa l’idea originale che Donato Pepe della Telemaco Edizioni ha proposto a me e a Domenico Gilio in occasione della presentazione del libro di quest’ultimo: “La cetonia sul cardo”. Chiaramente noi abbiamo colto al volo l’occasione attuando quest’originale modo per spronare tutti gli interessati a penetrare negli intricati sentieri della poetica di Gilio. Infatti in sostituzione al tante volte statico intervento dell’autore alla fine di ogni presentazione di libro abbiamo creato una sorta di dialogo interattivo, una staffetta la quale ha una sola differenza rispetto al gioco risalente alle prime olimpiadi ateniesi: non ha nessun traguardo da raggiungere. Questo perché la poesia non è delimitata a determinati contesti, tantomeno è rinchiusa in dimensioni spazio temporali assestanti. Non ha punti di arrivo ma solo continua maturazione, continua ricerca e riscoperta di senso e al tempo stesso continui dubbi, incertezze, perplessità. La poesia è la regina dei contrasti ed è proprio su quelli regnanti nelle liriche di Domenico Gilio che io e lui ci siamo soffermati. Acerenza, il mare, l’amore e il tutto e il nulla: sono stati questi i capisaldi del nostro percorso. Dal luogo protagonista dei ricordi dell’autore, principale ispiratore della sua poesia, al mare il quale volge verso l’infinito ma ritorna continuamente così come il pensiero. Poi quest’ultimo diviene amore, quello più puro verso e in ogni cosa. E come sappiamo l’amore può essere tutto o nulla. O meglio…è tutto e nulla… perché nulla non è sinonimo di niente e non è paragonabile al vuoto, al banale. In realtà è una frazione d’infinito, una condizione di silenzio per la meditazione, l’opportunità che ognuno ha di entrare a far parte dell’armonia del tutto. E’ stato dunque questo l’augurio che Gilio ha rivolto a me come a tutti i giovani della mia generazione ai quali ho l’onore di trasmettere almeno un “pezzetto del testimone” che “Qualcuno” prima di noi ha sudato per conquistare.

Merisabell Calitri

La Cetonia sul Cardo ovvero la ricordanza demiurgica

 

Salendo sul palco del fossato, al termine della presentazione del libro “La Cetonia sul cardo”, per rispondere alla domanda se la poesia salverà il mondo, avevo l’impressione che il tempo si fosse preso gioco di me. Dopo anni di peripezie e di studi, mi riportava sul punto di partenza, quando le sere di festa l’orchestra adunava il popolo per il concerto di musica classica ed io ero in prima fila in piedi, ad ascoltare gli assoli della prima cornetta.

Ho sempre con me quest’invisibile orchestra e la torre dell’orologio, cuore del Borgo, che porta alla coscienza il tempo fuggevole e unisce, in un nodo di affetti, i luoghi, dove più di frequente la mia anima si specchia: il Corso, Porta S.Canio, il Belvedere delle Rocce, con i tramonti ricamati dal Vulture, la Torretta, su cui, al brillio delle stelle, d’estate sale il canto dei grilli: una salmodia arcaica senza fine. E su tutto, la Chiesa, che racchiude quanto di più maestoso e solenne e vivo un Borgo antico può contenere.

Dovevo parlare della funzione salvifica della poesia, ma le parole si affastellavano, si aggomitolavano; sentivo però che la musica e le movenze armoniose delle bambine della scuola di danza avevano destato la Cetonia dalla canicola estiva. L’insetto svolante della mia infanzia era tra di noi e col suo carisma liberava sensazioni nuove, lì lì affioranti, un mondo intatto di emozioni e di sentimenti. Si svelava la parte alata di ognuno di noi.

Questo è l’enigma che mi porta per mano; come il cielo stesso di Acerenza che ci permea e si dilata, puro e tenebroso; è dentro di noi e ci trascende e ci fa guardare con orrore e senso sacro gli abissi e ci salva da essi. Una voce segreta mi sussurra sovente le parole di una poesia giovanile: nella vita tu cammini te stesso; la tua meta ogni passo e mi crea intorno una situazione circolare, che si allarga progredendo verso i limiti estremi dell’orizzonte, dove cielo e terra e mare sono tuttuno e formano come una sfera immateriale. Ogni creatura vivente, pur dispersa nel caos del mondo, si muove dentro un fascio di luce che piove dal cielo, che bisogna comunque cercare e conquistare, perché sia benigno.

Questo è il rispetto , il senso “sacro” del mio legame con il territorio, che Aniello Ertico ha rilevato nella sua relazione ed anche “la drammaticità” della “Rimembranza demiurgica”, evidenziata da Mario Ciola come il motivo conduttore della mia poesia e la mia visione del mondo.

La poesia, che non si copre di finzioni, è per sua natura drammatica. Se è autentica, lecca le proprie ferite, per una perdita, una separazione irreparabile; e può lenire anche le ferite altrui. Se si scende con onestà negli scantinati della propria anima, insieme con il proprio sé, si incontrano i Sé degli altri, di tutte le creature che abitano la terra. In questa consonanza, si diventa tutti confidenti e corresponsabili dell’essere nel mondo. Liberi dall’autocompiacimento, ma anche dalla disperazione; il proprio tempo è il tempo degli altri; passato e futuro, memoriale e profetico.

Questa condizione poetica partecipa ai risvegli, ma anche al tramonto delle cose; alle feste e agli addii. E’ felice delle erbe umili dei prati; sente che il bellissimo canto si rinnova/ di gaudio e frenesia, ma avverte che può essere uno spazio perduto l’innocenza.

La scienza aumenta la conoscenza del mondo e con essa il senso di potere dell’uomo; ma l’uomo deve abituarsi a non abusarne per potersi salvare, ritrovandosi creatura dell’universo e ricercando i passi per mantenersi fedele alla vita, in armonia con il ritmo naturale delle cose. Per questo ho provato una grande gioia, nel dialogare con la giovane poetessa Merisabell Calitri. A Lei ho affidato, in un gesto di solidarietà e di continuità generazionale, la missione della composizione poetica, come ricerca di senso e della bellezza.

E’ un gesto di fiducia nel futuro. La Cetonia della mia poesia, dalla tunica verde aurata, incastonata sul fiore rosso viola del Cardo, vuole sensibilizzare i giovani al potere salvifico della Bellezza, idea-valore percepibile più facilmente del Bene. La Bellezza splenderà sempre di nuova luce nelle piazze e nelle strade di Acerenza; gioirà nei giochi dei bambini, sui balconi rifioriti delle case.

Ringrazio per tutto questo la Telemaco Editrice di Donato Pepe, che ha voluto stampare con dovizia di cure il libro; la Chiesa che ha permesso di impreziosire la stampa con i fregi del portale e con le immagini della cripta; il Sindaco,
Dott.ssa Rossella Quinto, che mi ha onorato di una speciale pergamena a ricordo; la Biblioteca, che conserva e divulga memoria e conoscenza; i relatori, Mario Ciola e Aniello Ertico, maestri, non solo dell’analisi letteraria, ma dell’animo umano. La lettrice Mimma Congedo; la voce fuori campo, Merisabell. La maestra di danza Marina Pepice e le sue baby allieve. La Cittadinanza tutta.La musica della mia poesia tributa: Onore all’uomo/ dalla coscienza vigile!…lode/ alla donna dall’ancestrale cuore.

Domenico Gilio
 

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