Poesia e musica di Emiliano Negro

<< Noi >> Romani ci siamo fatti conoscere in tutto il mondo, nel bene e nel male.

Ho l’impressione che qualcuno stia riscoprendo questa appartenenza geografica unica; siamo legati ai luoghi dove siamo nati, cresciuti ed educati.

Abbiamo necessità di appartenenza; per formare e diversificare i tanti popoli che vivono sulla terra, la storia ha modellato l’umanità, come l’acqua che, pazientemente dalla notte dei tempi, ha levigato la roccia più dura.

L’attuale globalizzazione di mercato non ha nulla a che fare con tale immane lavoro.

La natura ha i suoi tempi; l’homo economicus è un baro che prima o poi dovrà comunque arrendersi al verdetto del tempo.

Il “popolo” sa dove si trova? E’ distratto, variegato, liquido, parafrasando Zygmunt Bauman.

A pensar male ci s’indovina sempre: non vorrei che la Roma riscoperta di questi ultimi anni dal cinema e dalla musica fosse solamente usata come soggetto di un prodotto commerciale:bella per i turisti, impossibile da vivere per i suoi cittadini.

Quando mio padre mi diede i suoi versi, rimasi sorpreso.

Da dove venivano quelle ispirazioni e quei versi così intensi e carichi di un passato che non c’è più?

Ho da subito avvertito l’esigenza di farli divenire canzoni.

Dal pensiero alla realizzazione sono passati più di vent’anni.

Di canzoni nuove in dialetto non se ne contano tante.

Musica e Poesia, si legano così saldamente da non riuscire più a immaginarle divise.

Mi ha sempre affascinato l’alchimia di tale impasto su cui i grandi della musica si sono cimentati e messi alla prova: lungi da paragoni, chiesi a mio padre se mai avesse immaginato una musica di accompagnamento ai suoi versi e se la mia si avvicinasse alla sua idea…la sua risposta non mi ha del tutto rassicurato.

Un suono, oppure dei colori, un odore: particolari che riaccendono la nostra memoria.

Da tutti questi ingredienti la nostra mente ricava immagini, visioni che prendono forma; la fantasia, la nostra innata necessità di creare si impossessa di noi, la musica ci porta ad un grado di coscienza superiore.

Se nel dopo guerra si cantava : << vecchia Roma,sotto le stelle non canti più >> , pensa un po’ adesso che sono passati quasi 70 anni!

Roma è una città che parla tutt’oggi (anche se diverso dal passato) il suo dialetto ora insidiato dalla neolingua del “volemose bene pure se stamo da schifo!”

Che incredibile sforzo tornare a capirla e rispettarla; sepolta sotto il cemento, le macchine e la tangenziale che la taglia in due come il colpo di bisturi di un chirurgo pazzo e macellaio.

I vecchi quartieri sono ora popolati da gente che va e viene, tanti locali, quasi tutti uguali e ai loro margini un fiume ininterrotto di automobili alla ricerca disperata di un parcheggio!

L’ultima volta che sono stato a Borgo Pio, dove mio padre ha trascorso la sua infanzia e adolescenza, la storica fontana dell’Acqua Marcia era all’asciutto.

Si è rotta una tubatura hanno detto…nessuno l’ha ancora riparata.

A due passi da San Pietro era spesso punto di ristoro per i pellegrini che venivano da tutta l’Italia ed oltre; quanno nun c’ereno e bottiette de plastica e dovevi beve a cannella, ma a gratise!

Anche l’acqua era più buona tempo fà…Borgo Pio incastrato tra er Cuppolone e la Mola Adriana… e dove volevi abbità? Nun c’era artro pe fortuna; adesso so rimasti in pochi a Borgo e sembreno fantasmi, niente regazzini, ‘na rarità!

I quartieri storici di Roma appaiono oggi la scenografia di un teatro senza più protagonisti, alla mercè di un turismo di massa spesso inconsapevole e poco interessato allo spirito dei luoghi.

Roma paga un prezzo salato per il suo essere Capitale politica, altresì la sua millenaria storia incute rispetto anche all’invasore più spietato; prima città fondatrice di un grande impero, da duemila anni centro della spiritualità cristiana e perciò omaggiata dai più grandi artisti ed architetti.

Per capire la Canzone Romana bisogna andare in dietro nel tempo e frequentare un’opera fondamentale a mio avviso, un poco dimenticata: Romana – Antologia cronologica delle canzoni Romane -interpretate da Sergio Centi con commenti e cenni storici di Giuseppe Micheli .

Qui possiamo meglio comprendere ascesa e oblio ( purtroppo ) di interpreti e compositori di musiche e versi intramontabili, per chi ancora tiene a buon conto questa tradizione, nonostante il passare inesorabile del tempo.

Sono dodici volumi pubblicati su vinile 33 giri, si arriva al primo dopoguerra, ora servirebbe scriverne un’altra parte; è curioso notare che gli ultimi 50 anni del secolo scorso e i quasi venti del nuovo, non siano poi così di moda,o meglio, narrati in tanti frammenti, come piccoli pezzi che fanno parte di un puzzle difficile da mettere insieme.

Quanta acqua è passata sotto i ponti di Roma, il biondo Tevere è stato lasciato al suo destino;

silente attraversa la città per poi buttarsi, pieno di rifiuti, nel Mare Nostrum.

Il poeta tesse la sua lirica di parole che diventa voce, la voce è suono ed è di per sé una musica senza tempo, i suoni , gli accordi di una chitarra o di un pianoforte la vestono di colori ed emozioni, la trasportano nell’aria, raggiunge il nostro udito…la mente trasforma il tutto in pensiero che si espande senza limiti.

Il musicista plaude alla lettura di testi ispirati, ne trae quasi musica, il lavoro risulta più facile; prendere un testo già fatto e trasformarlo in musica è puro godimento e nel caso partecipi anche l’autore del testo, il momento è magico.

Se si procede in comunione d’intenti è come osservare l’architetto e il Mastro innalzare pareti murarie.

Si aggiungono parole, si attenua o accentua la musica, paziente lavoro artigiano.

Si canta per trasmettere qualcosa utilizzando un mezzo che è per sua natura molto potente, come l’arte in tutte le sue espressioni:

la musica nel caso specifico.

Questa Arte è troppo spesso finalizzata al mero riscontro economico, ma quella vera esce dall’anima ed esige un estremo atto di generosità da parte dell’autore nonché dall’ascoltatore.

 

L’arte è quindi un dono da scambiarci, una lode alla vita che sopravvive alla caducità dell’uomo , un seme che qualcuno raccoglierà, un’umile offerta al Creatore dell’universo che tutto può e nulla distrugge.

Nelle mie ricerche su Roma ed il suo passato mi sono imbattuto nel grande poeta Mario Dell’Arco.

A riconoscerlo prima di me sono stati grandi letterati come Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia ( proprio grazie ad una raccolta di poesie curata da quest’ultimo dedicata ad autori della città eterna lo scoprii ).

In verità tanti lo conoscono con un altro cognome sostituito da uno pseudonimo in seguito: Mario Fagiolo, autore del testo della storica canzone “Pupo Biondo”.

La canzone è degli anni trenta e parla del ritorno a casa di un prode soldato che purtroppo ha subito una grave menomazione, è divenuto cieco.

Il testo musicato da Fortunato Lay vinse l’ambìto premio delle rassegne canore che si svolgevano durante le feste di S. Giovanni: quando venne eseguita al Teatro Morgana ( ora Brancaccio ) in una audizione del 1927, il pubblico commosso l’applaudì lungamente , trattandosi di versi cari alla causa di quei tempi, il sacrificio per la patria, il ritorno al focolare della sacra Famiglia dopo le asperità della prima guerra mondiale, drammatica e spesso oscurata dalla seguente che fu ampiamente narrata con l’avvento del cinematografo del Neo Realismo.

La scelta di cambiare il cognome in Dell’Arco è riferita al fatto che in precedenza il poeta svolgesse, con ottimi risultati, il mestiere di architetto:

assieme a Mario Ridolfi è infatti l’autore del palazzo delle Poste Italiane di Piazza Bologna, tipico esempio di architettura del ventennio.

Mario Dell’arco decide di dedicarsi interamente alla poesia dopo la seconda guerra mondiale.

Pasolini lo ascrive nel parnaso della poesia romanesca al pari del Belli e del Trilussa.

Un’investitura di tutto rispetto, affermata da un regista vissuto sempre a Roma che ben conosceva in tutte le sue controverse realtà, spesso scomode da raccontare negli anni del boom economico del dopoguerra, tra l’altro fine intellettuale e scrittore tra i più visionari e discussi del secolo scorso.

Mario Dell’Arco ha il pregio di aver rilanciato nel secolo scorso la poesia dialettale; non a caso sostenne l’opera di un altro grande poeta, Albino Pierro, con il quale era in contatto nonostante la distanza di Tursi (Lucania) da Roma.

All’epoca delle sue prime pubblicazioni, il regime Fascista, tra le tante manie di persecuzione, aveva inutilmente bandito i dialetti, o meglio questa era l’intenzione, L’Italiano per tutti! Adesso viene ancora più da ridere, fortunatamente il progetto ridicolo sotto tutti gli aspetti, fallì.

Ora, al di là degli stupidi campanilismi, l’uomo per sua natura è in contatto con tutti i suoi simili, ancor di più se questi condividono la stessa terra sotto la medesima latitudine; teniamoci stretti i nostri dialetti dove spesso viene custodita la sapienza dei nostri avi.

Così cantava Romolo Balzani, autore di indimenticabili canzoni come Barcarolo Romano:

<< Venite tutti a Roma, noi v’aspettamo…se dice che più semo e mejo stamo! >>

Aggiungo, pacatamente sottovoce:

Si vabbè, ma ariva pure er momento che è mejo annassene!

Ah Roma mia, Roma granne …quanto t’hanno cambiata… che si uno nun trova er cuppolone arischia puro che pe n’antra te confonne!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *