La festa di San Pietro e Paolo nell’iconografia e nel magistero della tradizione acheruntina

I concetti di Tradizione e di Magistero richiamano l’idea di qualcosa di prezioso. Un gioiello che come tale é stato gelosamente custodito perché si ha consapevolezza che la  sua funzione, vitale per l’uomo, è colta nella nostra dimensione sacrale.

Chi ha bisogno di custodire qualcosa di prezioso e di importanza vitale  non affida ad altri il gioiello, lo tiene in casa in luogo sicuro, in uno scrigno.

Se poi il soggetto che possiede tale bene é una comunità allora questa costruisce una casa tra le case. La più grande, la più bella e ne affida la custodia agli uomini più forti, coraggiosi, degni di fiducia perché tutti i membri della comunità abbiano serena consapevolezza che quel bene é adeguatamente custodito e sempre disponibile per tutti.

Lo scrigno che custodisce i valori della comunità di Acerenza é la Cattedrale, e gli acheruntini nel tempo l’hanno riconosciuta come l’icona identitaria della comunità tanto che su tutti i percorsi di avvicinamento alla città hanno scritto con sereno orgoglio “Acerenza Città Cattedrale“.

Ieri sera nella messa vespertina della festività di San Pietro e Paolo,  uno di questi custodi della nostra storia e della nostra fede, ci ha detto che San Pietro e San Paolo sono come le colonne portanti della struttura della Chiesa. Mi é parso un messaggio illuminante. Mi sono visto presente nel XVI secolo, quando il cardinale  Sigismondo Saraceno dietro al Maestro Stabile, impegnato, quest’ultimo, ad impastare i colori della sua tavolozza, gli suggeriva la struttura del quadro che l’artista avrebbe realizzato per l’altare del SS. Sacramento.

La mensa dell’ultima cena avrebbe rappresentato l’architrave  che poggia, appunto sulle due colonne/figure/persone, Pietro e Paolo, l’uno a destra, l’altro a sinistra. Il primo colto nella sua dolorosa consapevolezza di non avere tanto amore quanto basta per essere il pastore universale della Chiesa il secondo colto nello stupore di chi si sente improvvisamente disarcionato dalle sue antiche sicurezze mentre una voce amorevole  gli rimprovera l’ingiusta persecuzione: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti.” Così Paolo assapora la dolcezza energetica dell’amore di Cristo,  lascia sul terreno la vecchia pelle del serpente che lo irretiva su sentieri di persecuzione e di morte, rivestito della luce della sua Parola, avverte irresistibile il bisogno di andare a portare la Buona Novella e la sua testimonianza presso le genti.

Su queste due debolezze, ora corroborate dalla forza dello Spirito, poggia stabilmente il solido architrave dell’Eucarestia. Il Corpo e il Sangue di Cristo Risorto che con la sua morte trasforma radicalmente l’esperienza del vecchio Adamo nella luminosa alba di una nuova umanità dove Maria/Chiesa, Nuova Eva ai piedi della Croce,  mentre muore con Cristo da alla luce una umanità nuova nel Cristo Risorto.

Accanto a Maria che vive nel dolore il tavaglio di una nuova maternità  e al Corpo di Cristo morto che si fa cibo e bevanda di una vita nuova definitivamente emancipata dalla morte, le pie donne, mentre si prendono cura del Sepolto assistono al travaglio di Maria/Eva e diventano levatrici della nuova maternità di Maria/Chiesa da cui sgorga il mistero del nostro essere figli di Dio alimentati dal Corpo e dal Sangue di Cristo.

Non so se sia questo il modo giusto di ascoltare una omelia. Non so se sono legittime queste divagazioni, magari é necessario tenere a freno la creatività del pensiero.

Poi però mi dico che in fondo il magistero ha proprio la funzione di alimentare la meditazione personale. La meditazione alimentata dal magistero é  il dialogo con se stesso sostenuto dall’amore per Cristo e per la Chiesa che Egli ha costituito su di noi nonostante, le nostre debolezze e le nostre reciproche incomprensioni: eros e agape (amore e comunione) di cui parla Benedetto XVI in “Deus caritas est”.

Poi alzo lo sguardo e trovo che la scena conviviale dell’ultima cena é la più bella rappresentazione dell’agape e mi rammarico di non potere stasera fare la Comunione. Così con serenità e pace interiore affido a Gesù la mia partecipazione alla sofferenza di Pietro e allo stupore di Paolo che si sente chiamato con amore dallo stesso Gesù che egli perseguitava.

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